
L'Editoriale / Bergamo Città
Domenica 31 Agosto 2025
Il dramma della denatalità e le strategie per adattarsi
MONDO. L’Italia è prima nella malinconica gara per denatalità e invecchiamento. Ma è una corsa tutt’altro che solitaria.
Noi italiani siamo i primi, purtroppo è noto, nella malinconica gara per denatalità e invecchiamento. Tuttavia la nostra corsa verso una struttura demografica sempre più squilibrata è tutt’altro che solitaria, e questo forse è meno noto. Addirittura gran parte del mondo sembra inseguirci. Alla metà del XX secolo il tasso di fecondità globale, cioè il numero medio di figli per donna, era pari a cinque; adesso, mentre l’Italia si colloca al record minimo di 1,18 figli per donna, la media globale è scesa a 2,2. In circa la metà dei Paesi del pianeta, il tasso di fecondità è inferiore ai 2,1 figli per donna, la soglia che assicura il mantenimento di una popolazione stabile.
«Adattamento possibile»
Non a caso Nature, una delle più antiche e autorevoli riviste scientifiche in circolazione, è tornata in questi giorni a occuparsi del tema, chiedendosi senza mezzi termini: «Il collasso della natalità equivale davvero alla fine del mondo?». La risposta dell’articolo di Nature assomiglia a un «no». Nel saggio non si negano i problemi che abbiamo di fronte, dal calo dell’innovazione alla minore sostenibilità dei sistemi previdenziali, dalla ridotta potenza militare al ridotto interesse per gli investimenti green, certo, e tuttavia viene suggerita una possibile via d’uscita. «Ci si attende che il rapido declino della popolazione nella maggior parte dei Paesi avrà impatti negativi sulle prossime generazioni, ma un adattamento è possibile».
Questione di priorità
Considerato che perfino le politiche nataliste più efficaci faticano nell’immediato a far rimbalzare verso l’alto i tassi di fecondità, molti ricercatori – sostiene Nature – «raccomandano un cambiamento di priorità, dall’inversione di rotta alla resilienza». Adattarsi alla nuova realtà non vuol dire restare con le mani in mano, ma intervenire per migliorare la tenuta sociale – dei più giovani come dei più anziani – fin da subito. In che modo? Potenziando la forza lavoro del settore assistenziale, anche attribuendo maggiore valore a tutto il lavoro di cura, facendo salire l’età pensionabile, gestendo in maniera proattiva i flussi migratori, in generale aiutando le persone a essere in salute e più felici. «La natalità in declino è un disastro soltanto se non ci si adatta», è la chiusa – dal tono quasi ottimistico - dell’articolo di Nature.
Scuola a rischio desertificazione
L’adattamento, nell’immediato, è una strategia utile per tamponare gli effetti negativi degli scompensi demografici, oltre che la più semplice. Tali caratteristiche non la rendono comunque scontata, come dimostrano per esempio alcuni proclami rilanciati in questi giorni – da partiti politici di maggioranza e di opposizione – per eliminare l’aumento dell’aspettativa di vita come criterio determinante per l’età pensionabile. Eppure nel medio e lungo termine l’adattamento non basterà ad affrontare la sfida demografica. Serviranno allora ipotesi di lavoro più originali e strategie di maggiore complessità ed efficacia per sostenere le nascite. I nostri luoghi di formazione, istruzione e ricerca dovrebbero essere in prima linea in questo sforzo di riflessione, dovrebbero essere investiti istituzionalmente di un simile compito scientifico e creativo, anche perché assieme alla previdenza e al mondo del lavoro saranno i primi a subire l’impatto del malessere demografico italiano. Secondo una recente indagine curata da Inail e Ragioneria generale dello Stato, la scuola italiana rischia una lenta ma inesorabile desertificazione: dai 6,91 milioni di alunni oggi nelle scuole di ogni ordine e grado, dall’infanzia alle superiori, passeremo a 5,90 milioni nel 2034. In altre parole, in 10 anni l’Italia perderà un milione di alunni.
Il calo dal 2030
Con tempi appena più dilatati, tale inaridimento interesserà poi le università. «Secondo le stime più accreditate – ha scritto il Sole 24 Ore – da quest’anno e fino al 2030, il calo di matricole non si vedrà. (…) Si iscrivono infatti quest’anno all’università i nati del 2006, pari a 560.000, l’1,1% in più dei nati del 2005. Questo numero non cambierà sostanzialmente fino ai nati nel 2010, pari a 562.000 ragazzi che potranno iscriversi all’università nell’anno accademico 2029/30. Dopo, però, sarà tutto un calo e rovinoso, visto che nei successivi 15 anni si perderà dai valori attuali il 38% delle potenziali matricole». Alla luce di questi dati, il mero adattamento al calo demografico presto non sarà più sufficiente. Per parafrasare Luigi Einaudi, oltre alla «via breve» (l’adattamento) dovremo dunque iniziare senza indugio a percorrere la «via lunga» (le politiche radicali pro-natalità). La via lunga, come ha scritto Domenico Maria Bruni in «Luigi Einaudi e le istituzioni» (Effigi edizioni), «impone, da un lato, di rispettare “la volontà degli uomini morti”, che si perpetua nei “freni legali” eretti nel passato, per impedire nel presente l’uso demagogico del potere; dall’altro, di ascoltare la voce dei “non ancora nati”, quando invoca il sacrificio di specifiche posizioni di rendita e privilegio nel presente, quale precondizione di maggiori e generalizzati benefici nel futuro». Concepire politiche pubbliche a misura di «non ancora nati» rimane l’unico approccio davvero lungimirante, e non invece ripiegato sull’oggi, per curare il nostro malessere demografico.
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