(Foto di Peter Herrmann su Unsplash)
SABATO SANTO . Gesù, sepolto, resta vicino a chi soffre e così il dolore si trasforma in promessa.
Il segreto della vita è in un paradosso: dall’impotenza radicale subita per rimanere fedele all’amore si sprigiona una fecondità inaudita.Tregua. Scontata, per un verso. Perché a delitto consumato, la violenza omicida può placarsi. Annientato il nemico, non c’è motivo per continuare a combattere. Persino la folla tumultuosa può tornare agli affari ordinari. A chi ha subito la sconfitta, invece, non rimane che ricomporre i pezzi, nella desolazione di un finale irreparabile.
La morte non è soltanto cessazione dell’attività organica, ma lacerazione di affetti e storie che si spezzano. Si può cercare di sfuggirla, ma quando assale non c’è rimedio. Lo sanno bene i discepoli, che hanno abbandonato il Maestro appena in tempo per non farsi travolgere dalla tragedia. Lo sanno bene le donne, rimaste fedeli anche nello strazio, scrupolose nel localizzare la sepoltura e pianificare gli ultimi gesti di cura. La pietra che chiude il sepolcro non è forse il sigillo beffardo di una vicenda di belle speranze archiviata come un’illusione? La disfatta si è consumata senza colpi di scena. Nessuno dal Cielo è intervenuto a salvare Gesù. Gli sberleffi rivolti al Crocifisso sembrano aver colpito nel segno. «Non una spina Tu gli levasti dalla corona... e non una mano gli schiodasti dal legno» (David Maria Turoldo).
Nel regno dei morti, infatti, può darsi ancora una novità? Per decifrare il significato di questo giorno dobbiamo distinguere tra differenti tipi di silenzio. C’è un silenzio apatico, relativo ad un vuoto che non viene nemmeno percepito come un’assenza. Di sapore diverso è il silenzio che subentra quando un affetto viene strappato; venuti meno i punti di riferimento le parole tacciono, perché non si riesce più a nominare un’attesa. Talora, invece, il silenzio è simile a un grembo, che ha bisogno di tempo per far germogliare una sorpresa, per ospitare una profezia. Come quella discreta che, alla vigilia della sua passione, Gesù ha consegnato agli amici: «In verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Giovanni 12,24). Una formidabile parabola per dire che il segreto della vita è custodito in un paradosso: dall’impotenza radicale subita per rimanere fedele all’amore si sprigiona una fecondità inaudita.
Periodicamente, nella storia dell’umanità si affacciano ideali di un futuro radioso, che accendono immaginazioni e mobilitano passioni. Però, recano in sé una beffa nei confronti di coloro che di questo futuro non potranno beneficiare, pur avendo contribuito con il loro sacrificio. Se vale l’immagine cruda con la quale il filosofo Hegel ha paragonato la vicenda umana ad un banco di macelleria, una speranza che non facesse i conti con le vittime sarebbe una vittoria macchiata da ingiustizia. Una salvezza senza riscatto e redenzione rimarrebbe una gloria dimezzata, se non addirittura cinica.
La discesa di Gesù agli inferi svela le dimensioni reali della salvezza compiuta nella sua croce, nel segno di una solidarietà che non tralascia nessuno, perché si rivolge anche al passato di chi si è speso per la giustizia. Coloro che hanno vissuto con lo stile delle beatitudini senza godere del frutto delle loro fatiche oggi vengono ammessi alla pienezza della gioia. Il Sabato santo non aggiunge nulla alla rivelazione del Venerdì santo; non si dà una rivelazione supplementare a questa: in Gesù, Dio è tutto per noi. Soltanto scopriamo che quel “per noi” non tralascia nessuno.
Chissà come Maria ha vissuto questo giorno!? Soprattutto oggi la sentiamo vicina, perché, come ogni madre, esperta del mistero della gravidanza, custodisce l’attesa del tutto che sta per compiersi.
A noi rimane la morte, ma non è più la stessa se accettiamo di viverla con Gesù. Proprio come si legge nel Salmo 139, che dà voce alla consolazione del credente che si sente custodito, anche nella cattiva sorte, dalla benevolenza del Signore: «Nemmeno le tenebre per Te sono tenebre… se scendo negli inferi, eccoti!». Per dirla con le parole del teologo Balthasar: «Cristo voleva sprofondare così a fondo che ogni cadere sarebbe stato un cadere dentro di lui. E ogni rigagnolo dell’amarezza e della disperazione sarebbe d’ora in poi defluito giù fin al suo abisso più profondo».
A partire dal Sabato santo siamo certi che il bene non è mai effimero, anche quando viene seppellito dall’odio. Non c’è nessuna morte, infatti, che non possa essere recuperata, non c’è più alcuna esperienza umana che non sia visitata dalla grazia, perché Gesù è il compagno della solitudine estrema.
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