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MONDO. Il risultato più importante del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino è… che si sia svolto. Presentando l’incontro, avevamo sottolineato tutti gli screzi e le rappresaglie economiche e politiche che i due Paesi si erano scambiati, guerra americana all’Iran compresa, senza per questo pensare ad annullare l’appuntamento.
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Un vertice nonostante tutto, quindi. Nonostante l’evidente competizione strategica che divide Washington da Pechino in quasi tutti i settori, le divergenti interpretazioni dell’economia, la concorrenza per il dominio delle rotte commerciali dai deserti all’Artico, l’ambizione Usa a mettere sotto controllo le risorse energetiche e il piano della Cina per sottrarsi a eventuali «ricatti» sui suoi enormi consumi di gas e petrolio. I due giganti hanno deciso, appunto nonostante tutto, di continuare a parlarsi, in qualche modo riconoscendo che ogni possibile ambizione di primazia planetaria dev’essere rimandata, eventualmente, a epoche future. Mai come con questo incontro gli Stati Uniti si sono guardati negli occhi e si sono riconosciuti, accettati.
Non è poco. E sarebbe un gran bene se riportasse in auge una diplomazia di stampo multilaterale. Sarebbe invece un gran male se tutto questo dovesse preludere a quella «seconda Yalta» per la spartizione delle zone d’influenza che molti temono e che in qualche modo si agita nelle direttive dei due leader: Trump che proclama l’emisfero occidentale è nostro, Xi che definisce rischioso immischiarsi nelle relazioni della Cina continentale con Taiwan.
I due giganti continuano a guardarsi con diffidenza, e forse non potrebbe essere diversamente. Intanto si studiano e non mollano nulla se non in cambio di qualcosa
Al di fuori di questo, però, dal viaggio in Cina di Trump è uscito poco, come testimoniato da una certa delusione internazionale che si è subito tradotta in un calo generalizzato delle Borse. Si doveva parlare molto di Iran, e forse inventare qualcosa che mitigasse non solo la guerra ma anche la crisi energetica in corso, e invece dal dialogo Trump-Xi sono uscite quattro banalità, tipo che lo Stretto di Hormuz andrebbe riaperto e la bomba atomica non dovrebbe finire in mano agli ayatollah. Il modo di Xi, in realtà, per dire a Trump: hai voluto la bicicletta di questa guerra folle, adesso pedala. E il modo di Trump per dire a Xi: noi la guerra la facciamo comunque e abbiamo gas e petrolio da vendere, vedi tu. Si pensava che, forse, sarebbe uscita qualche importante novità su terre rare e tecnologie, i campi in cui la rivalità tra Cina e Usa è oggi più aspra. Ma la folta delegazione di boss americani dell’innovazione, da Elon Musk a Jen-Hsun Huang (il re dei microchip), ha giusto fatto una bella gita fuori porta.
Donald Trump, che ha sempre il dubbio di non esaltarsi abbastanza, ha parlato di «accordi straordinari» in diversi settori di reciproco interesse. Ha vantato favolosi ordinativi cinesi di velivoli Boeing, permessi accresciuti per l’esportazione di carni americane e un ritorno (dopo il botta e risposta sui dazi) della Cina ad acquisti di soia Usa per un valore di circa 10 miliardi l’anno. Il ministro del Commercio Usa, Jamieson Greer, ha annunciato acquisti cinesi di beni alimentari americani per «decine di miliardi» nei prossimi tre anni. Poi si è capito che, in pratica, Cina e Usa hanno deciso di formare speciali commissioni incaricate di far crescere i reciproci scambi commerciali.
Chi vivrà vedrà, insomma. I due giganti continuano a guardarsi con diffidenza, e forse non potrebbe essere diversamente. Intanto si studiano e non mollano nulla se non in cambio di qualcosa. Abbastanza grossi per bloccarsi l’un l’altro, non abbastanza per superarsi. Se fosse una partita di calcio, diremmo zero a zero ma con la Cina superiore nel gioco.
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