Ilva, lavoro
e salute
non sono
alternativi

Siamo ancora al primo grado, quindi qualsiasi giudizio definitivo è inopportuno e fuori luogo. Però c’è qualcosa di incontrovertibile nella sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Taranto che ha condannato gli ex proprietari del gruppo siderurgico Ilva, Fabio e Nicola Riva, rispettivamente a ventidue e vent’anni, al termine di un processo che ha visto imputate a vario titolo 47 persone (e dunque si può parlare di «sistema»). È un imponente ammonimento per il futuro questo verdetto, sortito dal giudizio meditato per un lustro da una giuria popolare guidata da tre donne.

Ilva, lavoro e salute non sono alternativi

A meno di rovesci clamorosi in Appello (e potrebbe succedere, ma questo non ne cambierebbe il senso, a meno di contraddire tutto e far ricominciare il processo da zero) la decisione della Corte dice chiaramente che il lavoro, la produzione, persino l’innovazione tecnologica, non possono essere alternativi alla sicurezza ambientale e alla salute di cittadini e lavoratori. Le due cose devono camminare di pari passo in ambito industriale (ma in generale in qualunque ambito, anche nel primario e nel terziario). Ed è come se a Taranto per molto, troppo tempo le famiglie fossero state sottoposte a questo infelice ricatto: o il posto di lavoro o tutto il resto, la salute, l’ambiente, la sostenibilità.

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