In montagna l’equilibrio tra limite e passione

In montagna l’equilibrio
tra limite e passione

«Ma quello è matto». Alzi la mano, chi, a proposito di Simone Moro e delle sue sfide sulle cime più alte del pianeta, non abbia, se non pensato, almeno ascoltato un giudizio del genere. Perché infilarsi in certi ambienti dove i rischi sembrerebbero dietro l’angolo? E perché andare così vicino ai propri limiti magari in qualche frangente pure oltrepassandoli? La risposta era già stata data dallo scalatore britannico George Mallory in tempi ormai remoti a chi gli chiedeva per quale ragione volesse scalare l’Everest: «Perché è lì», replicava lui candidamente.

Che poi è più o meno lo stesso concetto che ha sempre spinto il nostro alpinista bergamasco a tentare certe imprese: «Scalo le montagne perché mi rende felice» ha detto e scritto a più riprese. Tutto qui? Punto e a capo? Non proprio. Perché al di là della forza e del fascino che un’affermazione del genere può suscitare, bisogna capire cosa ci sta dietro esattamente. Bisogna cioè soffermarsi su come un percorso del genere viene affrontato. Detto altrimenti: c’è modo e modo di andare in montagna.

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