Inflazione e carburanti fanno male pure a Trump
MONDO. L’inflazione a marzo è aumentata del 3,3% rispetto a un anno fa. Si tratta dell’incremento maggiore da due anni a questa parte
Il controllo ferreo delle autorità di Teheran su tutta l’informazione nazionale, insieme al blackout di Internet imposto dagli ayatollah e alla repressione continua di ogni forma di dissenso politico, non ci consentono di conoscere cosa stia accadendo davvero all’interno della Repubblica islamica dopo 38 giorni di bombardamenti americani e israeliani, nel corso peraltro di importanti negoziati per quel Paese e il mondo interno. Basti dire che continuiamo a ritenere normale – noi solitamente immersi nella società dell’apparire - che la nuova Guida Suprema del regime, Mojtaba Khamenei, a circa sei settimane dalla sua nomina, non sia mai apparsa in pubblico.
Il tema dell’inflazione
Nelle democrazie liberali, invece, il fronte interno di ogni conflitto è (per fortuna) sotto i nostri occhi. E a guardar bene ha un peso non irrilevante nelle decisioni assunte dal presidente americano Donald Trump. Ieri il Bureau of Labor Statistics di Washington ha scattato di fatto la prima fotografia degli effetti economici del conflitto in Medioriente sugli Stati Uniti. Cosa si vede? Che l’inflazione a marzo è aumentata del 3,3% rispetto a un anno fa. Si tratta dell’incremento maggiore da due anni a questa parte.
A febbraio, per avere un termine di paragone, l’aumento dei prezzi era stato del 2,4% rispetto a dodici mesi prima. Il motivo principale di questa fiammata è il rincaro dei prezzi nei distributori di benzina americani: sono saliti addirittura del 21,2% nell’arco di un mese. È la materia prima a essere diventata ben più onerosa, essenzialmente in ragione di quanto accade nello Stretto di Hormuz dove si è ridotto drasticamente il transito di petroliere.
In questo braccio di mare, prima dello scoppio della guerra lo scorso 28 febbraio, passava un quinto di tutto il petrolio mondiale per esempio. Adesso il flusso si è ridotto in modo drastico, a tratti azzerato, spingendo verso l’alto le quotazioni degli idrocarburi.
Una reazione a catena
La preoccupazione degli economisti è che dopo questa prima impennata dei prezzi, confinata all’oro nero e ai suoi derivati, potremmo assistere a quanto accaduto qualche anno fa con la crisi energetica post invasione russa dell’Ucraina. Anche il semplice aumento del prezzo dei carburanti, se prolungato nel tempo, si trasmetterà infatti ad altri comparti, a partire da trasporti e agricoltura, innescando a quel punto un generalizzato aumento dell’inflazione.
Difficile fare previsioni
A voler guardare il bicchiere mezzo pieno, si può osservare che in questi ultimi giorni le quotazioni delle materie prime sono tornate a scendere. Merito della tregua annunciata martedì scorso dal Presidente degli Stati Uniti Trump. È ancora difficile però scommettere sulla tenuta di questo cessate il fuoco, e inoltre il Fondo monetario internazionale ha avvertito che il ritorno allo status quo ante – dal punto di vista economico – non sarà né lineare né immediato.
Malumori negli Usa
L’economia, nel mondo reale, non funziona come l’interruttore di una lampadina. Si tratta di un elemento che con molta probabilità ha pesato nelle valutazioni della Casa Bianca. Così come saranno state ponderate le ricadute politiche dell’attuale situazione. La benzina che in alcuni degli Stati Uniti ha superato anche i 4 dollari al gallone non fa felici i cittadini che a novembre torneranno a vestire i panni degli elettori per il voto di «metà mandato», cioè il rinnovo dell’intera Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato. I sondaggi, che ora peraltro danno avanti i Democratici rispetto ai Repubblicani, lo dimostrano. Non potranno essere gli unici fattori che determineranno le scelte internazionali della prima potenza mondiale, ma sono senz’altro elementi da monitorare quando si provano a decifrare le scelte di Trump.
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