La linea Ue in un mondo per forza globale

MONDO. Ciò che si costruisce fa sempre meno rumore di ciò che si distrugge. Per questo, vale la pena tornare sul trattato di libero scambio fra Ue e India, firmato il 27 gennaio a Nuova Delhi dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal primo ministro indiano, Narendra Modi.

Impressionano innanzitutto i numeri: si apre un mercato di quasi 2 miliardi di persone, per tre quarti circa in India, con la previsione di raddoppiare da qui al 2032 le esportazioni europee. Gli scambi di beni e servizi fra le due aree geografiche valgono oggi 180 miliardi, con le sole esportazioni europee che incidono per 48 miliardi. Tra i settori oggetto del trattato, ce ne sono alcuni, peraltro, che interessano da vicino l’industria di casa nostra, come i macchinari. L’accordo prevede la riduzione o la cancellazione dei dazi sul 96% delle esportazioni europee. Per fare qualche esempio, le tariffe sulle auto scenderanno dal 110 al 10%, quelle sui macchinari e sulla chimica saranno eliminate. Il risparmio stimato sarà di circa 4 miliardi all’anno.

La sfida commerciale al mondo

Oltre le cifre, è però soprattutto il dato politico che merita di essere sottolineato. A poco meno di un anno dal roboante Liberation day - quel 2 aprile dello scorso anno in cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dichiarò la sua sfida commerciale al mondo con una tabella di dazi portati alle stelle - l’Europa ha riaffermato la strada della cooperazione. Più difficile, va da sé. Basti annotare che i negoziati con l’India erano in corso da vent’anni e hanno avuto un’accelerazione negli ultimi mesi proprio sull’onda dell’aggressività trumpiana. Strada più difficile, ma inevitabile in un mondo globale che sta faticosamente cercando nuovi equilibri di potere e che tuttavia potrà aggiustare le interconnessioni ormai pervasive dei mercati senza però cancellarle. È significativo a questo proposito notare come dopo lo scossone iniziale, le Borse abbiano via via reagito con una certa indifferenza alle successive minacce trumpiane. Tra le ragioni che gli osservatori hanno evidenziato c’è proprio la convinzione che l’apertura del commercio mondiale potrà sì riassestarsi, ma non fermarsi. Tanto che a preoccupare i mercati finanziari, più delle urla su possibili scontri commerciali, sono piuttosto le valutazioni dei titoli tecnologici, per il timore che dietro i cospicui investimenti nell’intelligenza artificiale possa nascondersi una nuova bolla, o l’andamento dei tassi o dell’occupazione, si vedano i risultati di ieri di Wall Street.

La coalizione sui minerali critici

Quanto all’economia reale, alla fine pure gli Stati Uniti, benché in stile tycoon, cercano il dialogo. È di ieri la notizia che proprio Washington ha proposto a una cinquantina di Paesi, tra cui l’Italia, oltre che all’Ue, una coalizione sui minerali critici, una sorta di area di libero scambio, appunto, per alzare un argine verso il dominio cinese sulle terre rare: oggi Pechino controlla il 70% delle estrazioni e il 90% delle lavorazioni, che sono la vera sfida per l’utilizzo di questi materiali.

L’accordo con il Mercosur

Per un accordo con l’India che, stando alle previsioni, espletati tutti i successivi passaggi formali, nel giro di un anno dovrebbe entrare in vigore, un altro, quello con il Mercosur - che pure era in itinere da più di vent’anni, avrebbe un’incidenza economica simile ed è stato firmato in Paraguay il 17 gennaio dalla presidente von der Leyen -, è stato rispedito dal Parlamento europeo, per una differenza di soli dieci voti, alla Corte di giustizia dell’Ue per una valutazione giuridica. E qui conviene ricordare la constatazione amara per cui il primo freno a un’Europa più forte arriva da chi ne fa parte, a volte per linea più o meno dichiarata di singoli governi, a volte, come nel caso del Mercosur, per linea di singoli componenti politiche.

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