La parabola dei 5 Stelle Un destino segnato

La parabola dei 5 Stelle
Un destino segnato

In qualsiasi modo si risolva la crisi, che resti in carica il governo Conte o se ne insedi uno nuovo, «di scopo» o «di garanzia elettorale», che Salvini riesca ad ottenere la convocazione delle urne in tempi ravvicinati o che invece Grillo riesca a scongiurare la fine della legislatura salvando così il Paese da «psiconani, ballerine e ministri propaganda» (fino a ieri suoi alleati), è venuto per i 5 Stelle il tempo dei bilanci. Bilanci che non possono che chiudersi in profondo rosso. Rosso nei sondaggi: meno 50% rispetto ad un anno fa. Rosso nella credibilità: traditi i punti cardine del programma elettorale. Rosso sul fronte della classe dirigente: improvvisata e impreparata. Rosso infine sul punto cruciale di una forza politica propostasi come alternativa al sistema, l’identità: persa per strada.

È gioco facile infierire sugli sconfitti. Ironizzare, ad esempio, sul pluri-ministro Di Maio, promosso sul campo da steward (volgarmente, venditore di bibite) dello stadio San Paolo di Napoli a suprema guida del Movimento e a vice premier. Oppure, mettere alla berlina il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli che dice di occuparsi del tunnel del Brennero: piccolo particolare, non esiste. E ancora, fare del sarcasmo su un partito che voleva aprire come una scatola di tonno il Parlamento ed è finito inscatolato. È facile burlarsi dei 5 Stelle, ma non si coglie il nocciolo del problema. Avessero avuto il più abile dei leader, la più preparata delle classi dirigenti, si fossero attenuti fedelmente al programma proposto agli elettori, il loro destino era comunque segnato.


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