La politica che annaspa e i conti da pagare

ITALIA. Si ha come l’impressione che non vi siano differenze di approccio, e la coscienza reale dello stato delle cose risponda a pure logiche di consenso immediato.

Quando la politica va in crisi, come è accaduto nel post referendum, in genere a pagare è l’economia. Non stupisce pertanto che Giancarlo Giorgetti auspichi l’anticipo delle elezioni del 2027. Per il Ministro dell’economia, l’ultimo anno di legislatura si annuncia come un incubo, con una finanziaria preelettorale a rischio di andare fuori controllo e con risorse ormai esaurite perché il treno Pnrr non torna più. Le cose e i numeri, già ora, non vanno per niente bene. Perfida perfino Confindustria, che ha messo sul piatto lo scenario estremo di una crisi petrolifera lunga, che sarebbe una catastrofe, con Pil a -0,7 e inflazione al 6%. Secondo Ocse il Pil 2026 è previsto allo 0,4%, due decimi sotto le ultime valutazioni di dicembre, e l’andamento dei prezzi è misurato non più al +1,7 di Natale ma al +2,4 di Pasqua. Perché mai se l’economia mondiale rallenterà al 2,9 rispetto al 3,3% dell’anno scorso, un Paese come l’Italia, dentro un’Eurozona in crescita solo dello 0,8%, dovrebbe salvarsi, visto che i suoi difetti (debito, salari bassi, burocrazia, magistratura vincente compresa) sono sempre gli stessi? Il potere d’acquisto dei salari ha perso l’8% per l’inflazione e ha recuperato solo l’1% mentre gli altri Paesi UE se lo sono ripreso quasi tutto.

L’impatto del Pnrr

E meno male che c’è l’Europa, contro la quale però fanno il tifo due partiti della maggioranza e un bel pezzo dell’opposizione. Il Pnrr ci lascia questo +0,4 di crescita. Dove saremmo senza i 200 miliardi d Bruxelles? Fitto ha trovato ora 7 miliardi nelle pieghe delle politiche di coesione e il Governo ha festeggiato, ma non sono un regalo e richiedono pari risorse nazionali. Nel frattempo, tutto il sistema d’impresa si è imbufalito per le agevolazioni 4.0 promesse a novembre e tagliate a marzo.

Le tasse

Secondo l’economista bergamasco Francesco Giavazzi il Governo ha addirittura accentuato le debolezze strutturali, anziché correggerle. Ha fatto qualche esempio. La fiammata inflazionistica ha lasciato i lavoratori dipendenti alla mercé di un innalzamento nominale dei loro redditi, cadendo sotto le grinfie dello scaglione più alto. Quasi 4 milioni di contribuenti hanno pagato più tasse, senza che questo fosse stabilito da una legge. Gli alleggerimenti successivi sono andati qua e là casualmente.

Imprese in difficoltà

Altro problema: la flat tax a 85mila euro ha incoraggiato un lavoro autonomo che nasce solo per questo, e disincentiva le assunzioni. Risultato pessimo per la produttività e per la diffusione dell’innovazione nel sistema. Ma, terzo rilievo, anche le grandi imprese non hanno vantaggi, anzi in due anni sono stati cancellati 15 miliardi di incentivi, 6 per l’Ace, 4 per la decontribuzione al Sud, 5 per l’automotive. Soldi poi restituiti a pezzi e bocconi, decidendosi troppo tardi a restaurare le misure 4.0 che avevano avuto il torto di essere varate da governi riformisti. E infine la concorrenza negata, voltandosi dall’altra parte sul tema balneari, il vero cattivo esempio che fa felici tutte le infinite corporazioni del Paese.

L’opposizione

Detto questo, l’elenco delle doglianze di Giavazzi andrebbe però sottoposto pari pari all’opposizione, ma temiamo che per ognuno dei problemi citati la soluzione non sarebbe il necessario cambiamento. Anche a sinistra va benissimo tassare facendo finta di non farlo, benissimo ideologizzare la grande impresa, lasciando incancrenire la siderurgia a Taranto, che costa 50 milioni al giorno, benissimo coprire di burocrazia tutto ciò che può dare dinamismo all’industria italiana. Benissimo andare a raccogliere appoggio corporativo rubandolo alla Meloni.

Di fronte agli stessi nodi, si ha come l’impressione che non vi siano differenze di approccio, e la coscienza reale dello stato delle cose risponda a pure logiche di consenso immediato, cambiando solo il colore delle bandiere e l’intensità dei cori da stadio.

Sul piatto elettorale manca l’opzione innovativa, la discontinuità, e resta solo l’ombra magari di un Landini ministro, che se la caverebbe proponendo la patrimoniale. Oppure un Meloni bis più o meno europeista a seconda di come vanno le elezioni in Ungheria, Francia, Germania. Con l’Italia sempre spettatrice e milioni di elettori di nuovo lontani dalle urne.

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