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ITALIA. Tre ore e quaranta domande. Alla conferenza stampa di inizio anno Giorgia Meloni ha di fatto stilato il programma di governo di fine legislatura.
Il capo di governo si è concentrato sui successi, come del resto comprensibile. Valga per tutti la messa in sicurezza dei conti pubblici, il forte calo dello spread attualmente a 67 punti tra Btp e Bund tedeschi, lo conferma del resto anche il giudizio più che positivo delle agenzie di rating. Un forte surplus dell’export si registra nel primo semestre 2025 con il 2,1%, per un valore complessivo di 322,6 miliardi di euro. Sono dati Coface riportati da Deutsche Bank. A conferma della flessibilità dell’impresa italiana che in ragione della sua struttura medio-piccola è in grado di reagire più velocemente ai mutamenti, a volte imprevedibili, del mercato internazionale. L’industria tedesca al riguardo è molto più complessa e infatti risente della crisi strutturale del suo modello di sviluppo.
La presidente del Consiglio ha accennato alla relazione stretta fra economia italiana e tedesca e in parte ha giustificato la scarsa crescita di Pil in Italia anche alle difficoltà del mercato in Germania. Quello che è emerso dall’interlocuzione con i giornalisti nella sala stampa della Camera è che esiste un problema di crescita perché esiste un problema annoso di produttività in Italia. Nel 2023 e nel 2024 la produttività è addirittura scesa del 2 ,3% e dell’1,9%, secondo i dati Istat. E mentre la media europea negli ultimi 20 anni è stata superiore all’1%, in Italia è stata dello 0,2 o dello 0,3%. E questo spiega molto del perché i salari italiani siano così bassi . Stiamo parlando di 6 -7 mila euro inferiore alla media dell’Unione europea secondo i dati Eurostat.
Giustamente la premier cita l’aumento dell’occupazione. Il numero di occupati di novembre 2025 supera quello di novembre 2024 dello 0,7%, +179mila unità. Il tutto però non si vede nel Pil che rimane allo zero virgola. Ed il motivo è semplice: sono occupazioni che allargano la possibilità di impiego a personale motivato e ben disposto a cogliere le opportunità di mercato, anche in ragione della forte riduzione agli accessi al reddito di cittadinanza. Ma è personale a preparazione generica per occupazioni di servizio che non generano plusvalore. Sul piano sociale non c’è che da esserne contenti, la competitività di un Paese è però altra cosa.
Non si può negare che questo governo si adoperi per facilitare gli investimenti produttivi delle aziende, si pensi al Nuovo piano transizione 5.0, con al via un iperammortamento 2026 per le imprese. Oppure alle riduzioni sul cuneo fiscale per aumentare il potere di acquisto dei lavoratori. Ma tutto resta al palo perché il vero segnale di un cambiamento di rotta sarebbe per esempio l’interruzione dell’esodo all’estero dei laureati italiani. Questo sì strategico per il Paese. Vorrebbe dire che si investe in ricerca e sulla nascita di nuove start -up , ovvero sulle interconnessioni fra mondo universitario e applicazioni industriali. Lo Stato italiano spende per decenni per la preparazione dei suoi giovani in ogni ordine e grado di scuole e poi quando si tratta di cogliere i frutti di questa semina si ritrova a mani vuote. Sono circa 97mila i laureati che hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni. Nel solo 2023 si è raggiunto la cifra di 21mila laureati tra i 25 e i 34 anni.
L’Italia non ha terre rare se non in dotazioni minime. Il suo patrimonio sono le teste dei suoi laureati. È da lì che escono innovazione, brevetti, capacità di stare al passo con l’Intelligenza Artificiale. Che va governata e per questo richiede gente qualificata. Questo governo sta facendo la sua parte ma sembra che non abbia capito l’importanza strategica della ricerca e delle sue ricadute occupazionali.
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