La riforma fiscale deve partire dall’Irpef

La riforma fiscale
deve partire dall’Irpef

Dentro un dibattito pubblico sempre concentrato sull’immediato, interessato solo ad una citazione nel tg serale, è cosa buona che si sia riaperto almeno nelle intenzioni un discorso più serio sul complessivo tema della riforma fiscale. Lo spunto è offerto dalla ripartizione dei 3 miliardi già messi a Bilancio per ridurre il cuneo fiscale da luglio prossimo. Sono quelli da aggiungere al bonus degli 80 euro cosiddetti «di Renzi», che nessuno, dopo le ironie iniziali, si è mai permesso di toccare, e che anzi ora dovrebbero essere incrementati sia in valore che nel numero dei destinatari. Secondo calcoli forse ottimisti, si tratterebbe di più di 4 milioni di contribuenti, aiutando le fasce più basse, escluse dal primo beneficio.

Ma il tema vero è ben più generale. C’è da pensare adesso, non col solito affanno prenatalizio, alla fine del tormentone Iva, smettendola con le clausole di salvaguardia (altri 20 miliardi nel 2021), e soprattutto ci sarebbe da cogliere l’occasione per rivedere l’impianto dell’imposta più importante, l’Irpef, nata quasi 50 anni fa e poi andata avanti tra eccezioni, deduzioni, revisioni, ma sempre nella stessa logica, quella della distinzione tra dipendenti e autonomi, i primi da tassare a loro insaputa, gli altri a spanne, talora per spennarli, talaltra per tollerare l’evasione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA