La stretta monetaria e l’impennata dei prezzi

Economia. La Banca centrale europea (Bce) ha alzato ancora i tassi di riferimento di cinquanta punti base: ora quello principale è al 3%. Una decisione che ha ricalcato le attese degli analisti, e che si iscrive in una più generale stretta monetaria in corso in tutte le principali economie occidentali, ma che comunque merita qualche riflessione non di rito.

Dopo oltre un decennio in cui il problema principale è stato quello di combattere la «deflazione», adesso siamo di fronte alla sfida opposta, quella di placare l’impennata dei prezzi. Alzare il costo del denaro equivale a rendere più onerosi i mutui per le famiglie, così come i prestiti per le imprese, con il risultato di raffreddare l’economia e appunto i prezzi.

Perché dunque ieri (2 febbraio) le Borse europee sono sembrate non certo euforiche ma quantomeno speranzose? Secondo una scuola di pensiero, gli operatori di mercato ritengono che, con i tassi ormai al 3%, non possa mancare troppa strada prima di arrivare allo stop dei rialzi. Secondo un’altra scuola di pensiero, i mercati hanno rifiatato perché avevano già scontato la scelta della Bce e piuttosto si sono felicitati delle notizie arrivate il giorno prima da un’altra Banca centrale, la Federal Reserve degli Stati Uniti. A Washington il rialzo è stato infatti più cauto, di 25 punti base, e accompagnato finalmente da parole non troppo arcigne del Governatore Jerome Powell.

Sui toni della presidente della Bce, Christine Lagarde, gli analisti invece sono più compatti nel riconoscere un atteggiamento da «falco». Vale a dire, intravvedono l’intenzione di proseguire con fin troppa decisione sul sentiero attuale. Solo così si può spiegare l’annuncio in conferenza stampa secondo cui a marzo la Bce tornerà ad alzare i tassi; e soltanto così si può motivare il riferimento a un necessario ritorno «tempestivo» dell’inflazione al livello del 2%.

I più critici tra gli osservatori sottolineano un altro punto ancora. Possibile che l’aumento dei tassi in Europa, a questo punto, debba procedere più rapidamente che negli Stati Uniti? Certo, da noi i prezzi al consumo sono ancora a un livello più alto che in America, ma allo stesso tempo la nostra inflazione è difficilmente influenzabile dall’effetto dei tassi sulle aspettative. I prezzi in Europa sono saliti già nel 2021, e poi hanno letteralmente spiccato il volo dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, in ragione del caro energia che poi si è trasmesso al resto dell’economia. La nostra è un’inflazione «da offerta», come dicono gli addetti ai lavori, o quantomeno «importata». E su questo tipo di inflazione uno strumento classico come il rialzo dei tassi può incidere poco o nulla. A meno di non mettere in conto come necessaria - o addirittura auspicabile - una recessione. Eppure, secondo questa lettura, è la stessa Lagarde ad aver notato ieri che la crisi energetica sta diventando «meno acuta».

Come risolvere tali contraddizioni? È possibile che il dibattito, anche in seno alla Bce, faccia il suo corso; ieri d’altronde la stessa Lagarde ha detto che nel Consiglio direttivo c’è stato «un consenso molto, molto ampio» sulla scelta di alzare i tassi dello 0,5%. Non c’è stata «l’unanimità» e nemmeno «una maggioranza schiacciante», per citare formule utilizzate in passato a Francoforte. Nel frattempo, fuori dalle stanze della Bce, possiamo solo sperare che si consolidi l’andamento dell’economia reale previsto questa settimana anche dal Fondo monetario internazionale: una crescita più robusta delle attese, in Italia al +0,6% nel 2023 contro aspettative di -0,2% solo tre mesi fa, e una normalizzazione dei mercati energetici come quella che finalmente cominciamo a rivedere in bolletta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA