La tattica fiscale globale di zio Joe

La tattica fiscale
globale di zio Joe

Per attuare il suo gigantesco piano di ricostruzione post Covid dell’America «zio Joe» Biden ha bisogno di soldi, tanti soldi, almeno duemila miliardi di dollari per rinnovare l’industria in modo green e sostenibile (vale a dire trasmissibile alle nuove generazioni), fabbricare ponti, strade, autostrade, grattacieli, ferrovie, nuovi aeroporti, ammodernare la rete digitale fino a portarla nei villaggi più sperduti dell’Arizona o del Nevada. Dove reperire quella montagna di denaro? Prendere soldi a prestito (principalmente dai cinesi), emettendo nuovi titoli di Stato o stampare dollari, favorendo l’inflazione, non basta.

«Zio Joe» deve agire sulla terza leva con cui si finanzia uno Stato: le tasse. Ecco il motivo per cui - facendo compiere al Paese una strambata di 180 gradi – vuole imporre in collaborazione dell’Europa e di altri 113 Paesi dell’Ocse la cosiddetta «minimum tax globale». Ma andiamo con ordine. Al timone prima c’era «The Donald», che aveva allungato il muro in Messico e innalzato un muro economico con l’Unione europea, imponendo una politica di dazi e rifiutando ogni collaborazione fiscale. Nel suo Paese aveva favorito le grandi multinazionali americane abbassando le tasse fino al 21 per cento, giustificandolo col fatto che in questo modo si liberavano risorse. Un’inezia soprattutto per i giganti digitali o semidigitali come Amazon, Apple, Facebook, Google, Netflix e Tesla, il cui valore di mercato globale, dollaro più dollaro meno, si aggira sui settemila miliardi.

Ora Biden ha deciso di mungere queste vacche grasse globali, capaci di sorvolare fiscalmente i confini del mondo, mucche che hanno mangiato gratis - o quasi - erba per un ventennio avvantaggiandosi della loro «immaterialità», ovvero del fatto che non avevano «opifici» presenti sulle centinaia di Paesi in cui sono attivi e quindi non erano responsabili fiscalmente. Un cambio di rotta notevole rispetto al precedente timoniere «dem» della Casa Bianca (che ovviamente a Washington incontra l’opposizione dei repubblicani). La strategia del nuovo presidente è duplice. Da una parte intende alzare le tasse societarie sulle multinazionali (non solo digitali naturalmente) dal 21 al 28 per cento. Ma per evitare che queste facciano i bagagli e si trasferiscano in Paesi dove si pagano tributi più bassi, ha inaugurato un’offensiva negoziale con i Paesi Ocse, proponendo un’efficace «minimum tax» almeno equivalente al 21 per cento, proprio per evitare trasferimenti in paradisi fiscali come l’Irlanda o l’Olanda. Quest’ultima – sia detto per inciso – fa tanto la «frugale» quando si tratta di sorvegliare i bilanci sovrani altrui ma poi in casa sua propone una politica fiscale «pirata» che permette di eludere le imposte, ben poco frugale, con una doppia morale. Naturalmente, se poi i Paesi vogliono aumentare l’aliquota del 21 per cento sono liberi di farlo, ma deve valere il principio che vi sia una soglia minima per tutti i Paesi dell’Ocse (che sono 140, sui 195 totali nel mondo). Vi è poi un secondo pilastro che l’Europa ha tentato di far valere ma ha sempre trovato il «muro» di «The Donald»: far pagare le tasse non in base al fatturato dichiarato nel Paese dove la multinazionale ha sede, ma secondo le vendite di beni e servizi ottenuti sui diversi territori degli Stati. Se un grande gruppo di Seattle ha prodotto un fatturato di un miliardo in Francia e due miliardi in Italia dovrà pagare tasse societarie per un miliardo al governo di Parigi e due miliardi al governo di Roma. Se ne parlerà al prossimo G20 presieduto proprio dall’Italia, che è ovviamente schierato a favore della proposta di Biden. Se andasse in porto questo combinato disposto (una tassa minima per tutti i Paesi in modo da evitare competizione fiscale e paradisi off-shore e il principio che le tasse si pagano secondo il fatturato ottenuto nei singoli Stati) si tratterebbe della prima grande riforma di armonizzazione mondiale delle tasse societarie da almeno una generazione. Non è poco.

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