La trappola di Johnson
e l’incognita americana

Quando il Partito Conservatore lo scelse come proprio leader e nuovo premier del Regno Unito, tutti ci facemmo la stessa domanda. E cioè: Boris Johnson, arrivato al Governo, resterà il massimalista della campagna elettorale? Continuerà a sostenere la «Brexit dura» o darà ascolto ai dubbi e ai malumori che arrivano dalla popolazione ma soprattutto dagli ambienti economici? Andrà fino in fondo nello scontro con la Ue o riscoprirà i vantaggi della diplomazia e del compromesso?Ora conosciamo la risposta.

Prorogando la pausa estiva dei lavori parlamentari, e di fatto tenendo chiuso il Parlamento fino al 14 ottobre, Johnson mette gli oppositori della Brexit, e soprattutto quelli della Brexit dura, in un angolo. A loro, infatti, resteranno pochi giorni per organizzare una qualunque mossa contraria (per esempio un progetto di legge), visto che il 31 ottobre l’Ue e il Regno Unito si diranno comunque addio, con o senza accordo. Nello stesso tempo, Johnson scarica una pressione enorme sul leader laburista Jeremy Corbin che, dopo eterne esitazioni, si è detto pronto a presentare una mozione di sfiducia verso il nuovo premier.

Dovrà farlo in gran fretta, però, perché la pausa del Parlamento comincerà non oltre il 12 settembre. In ogni caso, Johnson ha già annunciato che nemmeno in caso di sfiducia si dimetterà e che comunque si tornerà al voto dopo il 31 ottobre, cioè a Brexit già avvenuta. Una trappola dal lieve tocco procedurale ma dal pesantissimo contenuto politico, che Johnson ha organizzato coprendosi dietro la sagoma dell’amatissima Elisabetta II. La chiusura del Parlamento deve essere approvata dalla regina, che all’inizio della sessione successiva è chiamata a delineare le sfide politiche che il Paese deve affrontare. La 93enne sovrana ha detto sì, perché nessun sovrano ha mai detto no. Ma resta il dubbio che, almeno questa volta, sia sfuggito a lei e ai suoi consiglieri il potenziale esplosivo del provvedimento.

Le conseguenze, infatti, già si vedono. La sterlina e la Borsa di Londra sono scese a precipizio, a conferma del fatto che la City vede la Brexit dura come il fumo negli occhi. E in poco tempo mezzo milione di persone ha firmato una petizione contro la chiusura prolungata del Parlamento. In tutto questo, continua a non essere chiaro quale sia il vero obiettivo di Johnson.

L’Ue, che ha tenuto duro finora, non mollerà certo adesso, con il governo inglese impegnato in una difficile battaglia interna e con la Commissione europea in via di formazione. Dal summit Ue sulla Brexit, fissato per il 17 ottobre, Johnson non può aspettarsi novità favorevoli. Né può acconciarsi a cuor leggero all’idea di affrontare elezioni anticipate di cui la Brexit, a quel punto comunque avvenuta, e soprattutto la sua gestione sarebbero il tema dominante.

A meno che… L’incognita (per l’Europa) e l’asso nella manica (per Johnson) potrebbero avere un nome e cognome, quello di Donald Trump. Il presidente Usa ha tifato prima per la Brexit e poi, con particolare vigore, per Boris Johnson, al punto da definirlo un ottimo primo ministro quando il premier inglese in carica era ancora Theresa May. Anche negli ultimi giorni Trump ha irrefrenabilmente twittato pro-Johnson. È ipotizzabile che la Casa Bianca abbia garantito agli inglesi un sostegno tattico (per affrontare i primi scossoni causati dalla Brexit) e soprattutto un accordo strategico, politico ed economico, per gli anni a venire? Dal punto di vista di «America First!» sarebbe un ottimo investimento: indebolirebbe l’Europa, rafforzerebbe una partnership bilaterale temprata da almeno due guerre mondiali, sigillerebbe il controllo dell’Atlantico che è diventato una delle nuove ossessioni strategiche dei generali Usa. Non poche cose.

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