(Foto di ansa)
ITALIA. Sono innumerevoli le prospettive da cui è possibile osservare la sfida demografica che il nostro Paese ha di fronte a sé. Il mutamento della struttura e della composizione della popolazione, per chi non si lascia assorbire da dibattiti à la page che si impongono e si eclissano con la velocità di un «reel» o di una «story» sui social network, è per tante ragioni cruciale.
«La struttura, l’equilibrio demografico di un Paese riflettono il progetto di vita che lo connota. Sono l’immagine della libertà dei suoi cittadini nel definirne il futuro»
La demografia - a partire dall’equilibrio di nascite e decessi – influenza la composizione delle famiglie, l’andamento dell’economia, la sostenibilità del welfare, la capacità d’innovazione, la postura geopolitica degli Stati-nazione e ancora molto altro. La demografia magari non sarà «destino», come da celebre brocardo attribuito al filosofo e sociologo francese Auguste Comte, ma per certo è il motore immobile del nostro futuro e oramai – nel caso italiano – del nostro presente. Se nel dibattito nazionale finora è stato difficile cogliere tutto ciò, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella vi ha posto indiscutibilmente rimedio. «La struttura, l’equilibrio demografico di un Paese riflettono il progetto di vita che lo connota. Sono l’immagine della libertà dei suoi cittadini nel definirne il futuro». Con mirabile sintesi, il Presidente ci ha ricordato che nella demografia si può leggere un «progetto di vita». Vale dal livello «micro» fino a quello «macro», come aveva intuito Hannah Arendt che in «Vita Activa» scriveva infatti: «Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È in altre parole la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati».
Leggere numeri e dati in materia, per quanto essi siano impressionanti, talvolta non è sufficiente. In dieci anni l’Italia ha perso un milione e quattrocentomila abitanti, nonostante i flussi migratori in entrata, ma anche di fronte a una simile enormità c’è chi scrolla le spalle e pensa: «Meno siamo, meglio stiamo». Mattarella, correttamente, ieri non ha sconfinato nel pessimismo che talvolta caratterizza i discorsi sull’argomento, non a caso a proposito dell’invecchiamento ha ricordato che «va ascritto come un successo che aumentino i tempi della vita», eppure ai minimizzatori di professione ha ricordato come il problema sia che la medesima società «al tempo stesso non si rigenera, o lo fa solo parzialmente».
In dieci anni l’Italia ha perso un milione e quattrocentomila abitanti, nonostante i flussi migratori in entrata, ma anche di fronte a una simile enormità c’è chi scrolla le spalle e pensa: «Meno siamo, meglio stiamo»
Un tale squilibrio si alimenta e si rafforza, come in un circolo vizioso, sulle spalle di milioni di Italiani, i giovani innanzitutto. «Sono pochi», ha osservato il Presidente, «come mai è avvenuto nella storia passata, salvo forse soltanto dopo guerre devastanti». E, forse proprio perché sempre più in minoranza – ma questo lo aggiungiamo noi -, «vengono messi in condizione di rischiare di essere in costante ritardo (…). In ritardo nel trovare un’occupazione stabile. In ritardo nel rendersi autonomi dalla famiglia di origine. In ritardo nell’avere accesso a una propria abitazione. In ritardo nel mettere su famiglia. In ritardo anche nell’avere figli».
Ecco spiegato perché i dati – per quanto autoevidenti nel tratteggiare un preoccupante declino demografico – rischiano quasi di minimizzare il problema che dobbiamo affrontare. «È la vita, è il futuro, che rischiano di venire toccati, ridimensionati – ha osservato Mattarella –. Sono beni non misurabili con cifre, come lo è il Pil, dai quali però dipendono la qualità e l’energia del nostro vivere, il nostro rapporto con il presente e con il domani, la percezione della sicurezza e quella della precarietà».
Il Presidente ha utilizzato il suo intervento per sfatare anche altri luoghi comuni. Da segnalare un passaggio, in particolare, sul rapporto tra risorse di un territorio e incremento della popolazione. Sicuramente la situazione economica pesa sul calo delle nascite, ma non se intesa – in maniera un po’ pigra – semplicemente come livello di ricchezza medio, quanto piuttosto come crescente incertezza e instabilità. Al punto che ormai, se abbandoniamo una certa stanca retorica, ci accorgiamo – dice l’inquilino del Quirinale – che «laddove i consumi privati appaiono più alti, si riscontra minore generatività».
Infine, Mattarella osserva – ed è un dato di fatto – che almeno da un lustro «le istituzioni del Paese» abbiano cominciato a porsi «l’interrogativo di come trasformare la consapevolezza dell’esistenza di un problema in azioni». Tuttavia, a meno di non credere in soluzioni stato-centriche fuori dal tempo, per iniziare a uscire dalla situazione in cui ci troviamo sarà decisiva «la vitalità del tessuto economico». Nell’interesse delle imprese e dei lavoratori, certo, quindi delle famiglie, ma mai come in questo caso – conferma la Costituzione – nell’interesse della Repubblica tutta.
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