L’attacco del tycoon al Papa e la sconfitta di Orban: due scossoni per Meloni

ITALIA. La coalizione al governo deve riprendere le misure della propria collocazione sia in Europa che nei confronti dell’altra sponda dell’Atlantico.

Per Giorgia Meloni è stata una giornata di doppio passo indietro nella sua collocazione internazionale. Da una parte ha dovuto prendere (di nuovo) le distanze da Trump a causa del suo inaudito attacco al Papa; dall’altra ha fatalmente accettato il tramonto politico della lunga stagione dell’«amico Orban» a favore del quale lei e Salvini avevano fatto pubblicamente campagna elettorale. Due scossoni, se si guarda bene: Meloni solo pochi giorni fa in Parlamento aveva detto: «Con Trump quando non siamo d’accordo lo diciamo chiaramente» e aveva elencato puntigliosamente tutte le volte in cui aveva pronunciato, sia pure a fatica e centellinando le parole, il dissenso dal bizzoso presidente americano: e ora ha dovuto pronunciare l’aggettivo «inaccettabile» per definire la sequela di offese che Trump ha rivolto al Pontefice inventandosi anche la favola che l’americano Prevost dovrebbe a lui, proprio a lui, l’elezione al soglio di Pietro, per cui gli dovrebbe addirittura essere grato. Bene, fino a lì Meloni ovviamente non arriva ad allinearsi all’amico americano.

In Europa

Ma nello stesso tempo il venir meno di un bastione del sovranismo di destra-destra europea priva Giorgia di un sicuro alleato al quale aveva anche «regalato», per dir così, la sua contrarietà all’abolizione della regola del voto all’unanimità in seno al Consiglio europeo, proprio quel meccanismo di voto che tutti ormai considerano paralizzante ma anche consentiva al satrapo di Budapest di porre il suo veto, per esempio, sull’ultimo prestito Ue all’Ucraina, 90 milioni di dollari, e al suo ministro degli Esteri di riferire in diretta e di nascosto a Lavrov cosa stava accadendo a Palais Berlaymont.

Conseguenze di posizionamento

E tanto per capire le conseguenze sul posizionamento della destra italiana, è stato il ministro Guido Crosetto il più esplicito dicendo: ha perso la destra-destra filo russa e ha vinto il centrodestra del Partito popolare europeo che pure non è il partito in cui milita in Europa Fratelli d’Italia; semmai è quello di cui è vicepresidente Antonio Tajani che, dopo qualche giornata di amarezza, può commentare la vittoria di Magyar come un successo del centrodestra europeista Ppe «che convince e che rassicura». Dalla Lega poche parole se non una presa d’atto dell’inattesa sconfitta e soprattutto della forzata assenza di Orban al corteo per la «remigrazione» organizzata dal Carroccio per il 18 aprile e dove l’ex premier ungherese era previsto come l’ospite d’onore.

Ecco quindi come, nel giro di un giorno e mezzo la coalizione italiana al governo deve riprendere le misure della propria collocazione sia in Europa che nei confronti dell’altra sponda dell’Oceano Atlantico che oggi a Giorgia Meloni deve apparire quanto mai «largo», per usare un’espressione spadoliniana, al punto di non consentire più la sua ambizione di costruire ponti.

Festeggia il Campo largo

Naturalmente per la sconfitta orbaniana festeggia il Campo largo, facendo spallucce quando i giornali legati al centrodestra fanno osservare che nelle elezioni ungheresi a vincere (come diceva appunto Crosetto) è sempre la destra, sia pure di un’altra tendenza - quella meno asservita ai russi - mentre la sinistra è di fatto sparita.

Un’obiezione alla quale tra Schlein e Conte rispondono che la sinistra ha lasciato il campo a Magyar essendo l’unico che aveva la possibilità reale di detronizzare il teorico della «democratura» ossia dell’oscena sintesi tra democrazia e dittatura. È chiaro che il centrosinistra e la sinistra italiane vedono tutto ciò - compresa la imperdonabile gaffe di Trump - come elementi di buon auspicio in vista delle elezioni italiane del 2027. In effetti dopo Canada, Australia e Ungheria c’è un filo rosso che lega l’ossequio a Trump alla sconfitta delle destre locali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA