(Foto di Ansa)
MONDO. Mario Draghi ha un pregio raro in politica: dice le cose con chiarezza. Non consola, non blandisce, non vende illusioni. Mette in fila i fatti. E i fatti, quando vengono pronunciati ruvidamente senza il trucco della retorica, fanno paura.
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Per ottant’anni l’Europa ha vissuto sotto l’ombrello americano. Sicurezza militare garantita, energia a buon mercato, commercio globale protetto da regole che Washington stessa aveva scritto e custodito. Gli europei hanno potuto permettersi il lusso della debolezza perché qualcun altro esercitava la forza. Hanno costruito Welfare, pacifismo, diritto, burocrazie, sofisticati apparati amministrativi, convinti che il mercato avrebbe risolto ogni problema. Era una comoda illusione. Ora quell’illusione si sta sgretolando. Draghi lo dice senza girarci attorno: gli Stati Uniti non sono più il garante automatico dell’Europa. Trump è solo il sintomo più rumoroso di una mutazione più profonda. Washington guarda ormai all’Asia, alla sponda del Pacifico, ai propri interessi interni, alla competizione con la Cina. L’Europa non è più il centro del mondo occidentale.
E qui arriva il secondo punto, quello decisivo. L’Unione, così com’è costruita, non è attrezzata per sopravvivere da sola. È stata progettata per impedire le guerre interne che l’hanno lacerata per secoli, non per affrontare le guerre economiche esterne. È una macchina eccellente per regolamentare il diametro delle zucchine o il tasso di emissioni delle automobili, ma terribilmente lenta quando bisogna decidere su energia, difesa, tecnologia, politica industriale. Troppi veti. Troppe procedure. Troppi egoismi nazionali travestiti da prudenza diplomatica. Il dramma è che il mondo non aspetta Bruxelles. La Cina produce, investe, invade i mercati. Gli Stati Uniti proteggono le proprie industrie e difendono brutalmente il proprio interesse nazionale. Persino la Russia, con un’economia infinitamente più fragile di quella europea, riesce a condizionare il continente grazie all’energia e alla forza militare. L’Europa invece discute. Convoca tavoli. Produce documenti. E intanto perde terreno. Ha il volto di Ursula Von der Leyen, distinta signora mite e inoffensiva. Draghi individua tre fragilità: dipendenza dai mercati esteri, dipendenze strategiche e ritardo tecnologico. Tradotto: l’Europa non consuma abbastanza, dipende dagli altri per la sua energia e sta perdendo la corsa dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie.
È una diagnosi severa ma difficilmente contestabile. Per questo l’ex governatore della Bce insiste sul «federalismo pragmatico». Espressione poco poetica, molto draghiana. Ma il senso è chiarissimo: o l’Europa diventa una vera entità politica capace di decidere rapidamente a seconda delle circostanze, oppure verrà schiacciata. Non domani. Sta già accadendo. La sovranità nazionale, da sola, è diventata una favola per nostalgici. Nessun Paese europeo - nemmeno la Germania - può reggere la competizione globale contro colossi come Stati Uniti e Cina. E infatti persino i sovranisti, nota Draghi con sottile ironia, hanno capito che da soli non ci si difende più. Gli europei devono scegliere se vogliono continuare a essere una somma di piccoli egoismi nazionali o diventare finalmente una potenza politica. Significa difesa comune, politica industriale comune, debito comune, scelte rapide, meno unanimità e più decisione. Significa soprattutto rinunciare a una parte delle liturgie burocratiche che paralizzano Bruxelles.
Si dice da 70 anni, ma ora non c’è più tempo. Draghi, che non è un tribuno né un visionario romantico, lo sa meglio di molti altri. Per questo il suo discorso ad Aquisgrana pesa più di tanti manifesti europeisti pieni di retorica. L’Europa oggi si trova davanti a una scelta brutale: unirsi davvero oppure impoverirsi lentamente, diventando una colonia economica e tecnologica di altri imperi. Non ci sono più ombrelli sotto cui ripararsi. E forse la vera notizia non è che Draghi lo abbia detto. È che ormai nessuno può più fingere di non averlo capito.
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