L’incerto futuro di un Salvini in attesa

Voleva dare la carte al tavolo del centrodestra e invece ha rischiato di non trovare una poltrona nel Governo. Nelle prime bozze del futuro esecutivo Meloni il nome di Matteo Salvini non c’era proprio. Dalle stelle alla stalle: il «capitano» sembrava in fuga ma si è ritrovato azzoppato. Poi visto che in politica è buona cosa vincere, ma mai stravincere, la premier in pectore ha abbassato il tiro per evitare di partire con una guerriglia nemmeno tanto sotterranea. Terreno nel quale, va detto, normalmente la Lega si muove con una certa qual naturalezza.

L’incerto futuro di un Salvini in attesa
Matteo Salvini

E così il primo faccia a faccia tra i due si è concluso con tanto di comunicato ufficiale dove si sottolinea «la grande collaborazione e unità di intenti». In sostanza, tradotto dal politichese spinto, siamo in una situazione di tregua armata, dove il leader del Carroccio può sì puntare i piedi ma fino a un certo punto. A maggior ragione davanti a un alleato che ha tre volte i suoi voti, per giunta distribuiti in maniera equa sul territorio nazionale, e che arriva addirittura a doppiare il consenso leghista in quelle regioni che fino a domenica erano ritenute una propria ed esclusiva riserva di caccia.

Quindi il ritorno al Viminale per Salvini è quanto meno improbabile. Al massimo il futuro inquilino verrà scelto in una rosa che raccolga anche il preventivo gradimento del leghista, e a un paio di nomi da lui stesso valorizzati in un recentissimo passato non potrà dire di no.

Si va quindi verso un ministero di secondo piano? Più probabilmente per una soluzione da vicepremier, magari in tandem con il collega azzurro Antonio Tajani. Plasticamente ne uscirebbe un’immagine di unità della coalizione, anche se le competenze del già presidente del Parlamento europeo avrebbero potuto rassicurare ulteriormente un’Ue preoccupata di una deriva più in direzione Visegrad che Bruxelles.

Di certo, ora come ora, il Carroccio non pare avere i numeri per dettare condizioni in un centrodestra saldamente in mano alla Meloni, magari con un travaso di voti così massiccio e repentino da mettere in dubbio la reale consistenza del consenso di Fratelli d’Italia. Ma per dare un’immagine comunque di stabilità il solo modo è governare senza troppi scossoni e rintuzzando da subito i mal di pancia. Che dalle parti della Lega sono parecchio diffusi dopo la stangata alle urne.

Nel consiglio federale di martedì è stata ribadita la fiducia al segretario leghista, in primis da quei governatori (Lombardia, Friuli e Veneto, i primi due in scadenza) che hanno visto dimezzato il consenso del partito. Nessuna redde rationem, del resto in politica è sempre rischioso prendere decisioni sull’onda dell’euforia così come dello sconforto. Ma le tensioni rimangono e sono forti, i dubbi sulla leadership anche e potranno venire dissipati solo quando comincerà la stagione congressuale (che parte proprio da Bergamo il 20 novembre) che dai livelli provinciali si dipanerà poi in quelli regionali per arrivare infine al federale.

A quel punto il governo sarà già abbondantemente insediato e la Lega avrà probabilmente messo sul tavolo alcune delle questioni che le stanno molto a cuore, in primis quell’autonomia che potrebbe ricompattare il fronte dei governatori. Ma soprattutto regioni come Lombardia e Friuli dovrebbero avere già votato e i pesi dei singoli partiti nel centrodestra essere più chiari, al di là della fiammata di domenica. E in caso di un buon risultato sarà la Lega ad avere vinto, in quello contrario solo Salvini ad avere perso.

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