L’Opec senza gli Emirati e il prezzo del petrolio

MONDO. L’Opec perde i pezzi. Tra poche ore gli Emirati Arabi Uniti (Eau) usciranno dal «cartello» dei produttori di petrolio, fondato nel 1960, con sede a Vienna.

La notizia è certamente positiva per i consumatori di idrocarburi in giro per il mondo, ma serba in sé parecchi elementi di riflessione. Innanzitutto la tempistica: perché proprio ora, quasi senza preavviso? Quali sono i rapporti attuali tra gli arabi? E poi, quali possono essere le ripercussioni di una tale scelta a lungo andare? Pilastro dell’Opec dal 1967, gli Emirati Arabi Uniti hanno una compagnia petrolifera statale, la Adnoc, che ritiene di poter aumentare la produzione da 3,4 milioni di barili al giorno (la quota a lei assegnata dal «cartello») a 5 milioni entro il 2027. Tale obiettivo è rilevante per gli Eau, ma è difficile da raggiungere se membro dell’Opec, organizzazione assai criticata in passato dal presidente Usa, Donald Trump!

Le divisioni con l’Arabia Saudita

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha provocato in marzo sì la riduzione del 44% della produzione, ma l’oleodotto, che lo bypassa fino al porto di Fujairah sull’Oceano Indiano, ha evitato che gli Emirati rimanessero stritolati dalla guerra in Iran. La scelta di Abu Dhabi di uscire dall’Opec è, quindi, sia commerciale che politica e rinfocolerà le divisioni tra Eau e l’Arabia Saudita, limitando la capacità di Riyad di influenzare il prezzo del petrolio a livello mondiale.

Ma quali sono i suoi significati più nascosti? In primo luogo - lasciando da parte le dichiarazioni dei vari leader - si ha la conferma che la crisi nel Golfo Persico sarà lunga e che ci vorrà molto tempo per tornare, comunque, alla normalità precedente al 28 febbraio, data di inizio dell’intervento Usa–israeliano. In secondo luogo, affrancandosi dall’abbraccio saudita, gli Emirati si mettono nelle mani di Trump. Secondo il quotidiano «Wall Street Journal» Abu Dhabi avrebbe chiesto aiuti finanziari («linee swap») a Washington, come fatto, di recente, con l’Argentina.

Le relazioni con Trump

Tale mossa indirettamente rafforzerebbe il ruolo del dollaro Usa a livello internazionale proprio adesso che sono sempre più ricorrenti i discorsi sulla fine dei «petrodollari» e della necessaria diversificazione in altre valute come lo yuan cinese. Gli Emirati Arabi Uniti ricambierebbero con futuri piani di investimenti negli Stati Uniti per un valore di circa un trilione di dollari. Insomma, affari a gogo. Ma quando c’è di mezzo Trump, è sempre così!

Gli impianti petroliferi degli Eau - altro elemento da non sottovalutare - sono stati tra i più danneggiati dai bombardamenti dei droni e dei missili iraniani. L’Arabia Saudita avrebbe fatto poco per evitarlo, secondo gli esperti del Golfo. Indebolendo il «cartello» dell’Opec - e di conseguenza anche l’accordo Opec+ (di cui fa parte pure la Russia) -, si creerà in futuro maggiore concorrenza tra i produttori di petrolio. Pertanto i prezzi dovrebbero scendere nel lungo periodo, a tutto vantaggio dei consumatori.

Il prezzo «giusto» del petrolio

Nell’ottica del passaggio eccessivo di enormi risorse finanziarie dall’Occidente democratico a Paesi terzi, spesso autocrazie anti-Usa e anti-europee – ciò è positivo e segna un segnale di inversione rispetto ai decenni passati. Da che mondo è mondo, lo si sa, i «cartelli» servono proprio a mantenere alti – oppure in altri casi (quelli più virtuosi!), stabili, - i prezzi. Ma chi è che può definire quale è il prezzo giusto? Per di più in un’epoca segnata dal prossimo passaggio dall’utilizzo preminente degli idrocarburi ad un mix di fonti miste tra cui anche quelle rinnovabili? Gli Emirati hanno ora anticipato i concorrenti.

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