Maggioranza e minoranza, guai interni da risolvere

POLITICA. Come al solito, a urne aperte, nonostante i tremori e le illusioni della vigilia, si sono scoperti sorprendentemente (?) tutti felici e contenti, vincitori e vinti. I vincitori doppiamente: per lo scampato pericolo e per la buona prova del loro candidato.

I vinti, per il buon recupero attuato rispetto allo scarto di ben 20 punti indicato dai sondaggi ancora un mese prima: uno scarto che sembrava incolmabile. Tutti contenti, quindi, ma anche tutti con i loro problemi, minori ovviamente per chi ha vinto, ma comunque da non sottovalutare. Il centrodestra eredita dal voto la «questione Salvini». La sua Lega è finita in gran subbuglio per essersi ritrovata retrocessa a cenerentola della coalizione. Una condizione di minorità non facile da superare. Ha visto naufragare l’idea, coltivata dal suo segretario, del «partito nazionale» e non ne ha una valida di ricambio. Il recupero dello storico progetto di costruire «il partito del Nord», cui restano affezionati i suoi amministratori di Lombardia e Veneto (un nome per tutti, Zaia) non si sa quanto possa essere un’operazione facile da attuare e soprattutto vincente nell’Europa d’oggi. Deve fare i conti inoltre con l’arroccamento del Capitano che non si vede come possa trasformarsi nel principe che riporta la Lega-cenerentola ai primitivi fulgori. Sull’orizzonte del destra-centro si staglia, insomma, un nuvolone che minaccia di scaricare sulla sua testa lampi e saette nel caso alle elezioni europee la Lega incassi lo stesso verdetto delle regionali o addirittura uno peggiore.

A sinistra, il campo largo è uscito dalle urne abruzzesi come un campo minato: minato da rivalità e veti incrociati. Il risultato è che, al momento almeno, più si fa largo nelle presenze, più si riduce nei voti. Ha ragione la Schlein a dire «uniti si vince. Si può anche perdere. Ma divisi non si può nemmeno giocare la partita». Ma il vero problema di un’opposizione che aspiri a tornare al governo non è solo di stare unita per vincere (l’esperienza dell’Ulivo prodiano docet), bensì di vincere per essere capace di governare. È qui che casca l’asino. Il vuoto progettuale dell’opposizione è tradito dallo stesso nome che s’è data. Non s’è mai vista una coalizione che si presenti agli elettori con un’intitolazione politicamente insignificante. «Campo largo» è una qualifica che può essere adottata, non a caso, indifferentemente da sinistra, centro e destra, senza che si capisca in vista di quale campagna militare un esercito di elettori sia chiamato a serrare le file. Non s’è mai visto uno stato maggiore che inviti ad arruolarsi senza prima aver definito la causa per cui i volontari dovrebbero dare la vita. È inevitabile in questo caso che, appena si passa a parlare di piano di battaglia e di assetti del gruppo di comando, sorgano distinguo e veti. Conte ha pronunciato il suo bando contro Calenda, Calenda contro Conte. Nel frattempo il Pd incorpora al suo interno una tensione, per il momento sotterranea, tra chi reputa priva di futuro una coalizione amputata dei centristi di Azione e chi giudica al contrario irrinunciabile - se non altro per i numeri elettorali che il partito del «punto di fortissimo riferimento di tutte le forze progressiste» (!) continua a vantare - l’apporto dei 5 Stelle.

L’appuntamento della Basilicata si sta rivelando puntualmente il disvelamento delle contraddizioni di un progetto - il campo largo - che è partito dai numeri invece che dalle idee. Diceva Totò che non sempre «la somma fa il totale». È particolarmente vero questo aforisma quando si sommano, non i numeri, ma le idee.

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