L'Editoriale
Venerdì 02 Gennaio 2026
Mattarella, il futuro e il senso della Storia
ITALIA. Un richiamo all’insegnamento della Storia, il discorso di fine anno del Presidente Mattarella, con un doppio messaggio: da un lato la democrazia e la Repubblica, nate 80 anni fa con il referendum del 2 giugno 1946, dall’altro i giovani.
C’è una logica in cui tutto si tiene in questa successione fra passato, presente e ciò che verrà, ripercorsa nel segno del patriottismo repubblicano: la meglio gioventù di allora, messasi alla stanga nella vita quotidiana e fattasi classe dirigente, ha ricostruito il Paese garantendo lo Stato di diritto e riconducendo l’Italia nel mondo libero (Europa e Alleanza atlantica), ora tocca ai giovani, che portano il peso di un’incertezza esistenziale, prendere in mano il loro destino in un ideale passaggio di testimone fra generazioni. Una carezza, quella di Mattarella (lasciando intendere di non credere a certi giudizi critici nei loro confronti), seguita dall’invito alla responsabilità. Quel «scegliete il vostro futuro» racchiude la speranza di non deludere le attese delle nuove generazioni e, al contempo, la consapevolezza che la Repubblica ha in sé strumenti istituzionali e cultura civile per proiettarsi in avanti, affidandosi appunto ai giovani, specie in una fase storica in cui le democrazie occidentali sono sfidate da vecchi e nuovi autoritarismi.
Il Mattarella pensiero è custodito in questa sintesi: «La nostra vera forza è stata la coesione sociale nella libertà e nella democrazia: ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi».
Il Mattarella pensiero è custodito in questa sintesi: «La nostra vera forza è stata la coesione sociale nella libertà e nella democrazia: ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi». Mirato, nel rimando fra ieri e oggi, riaprendo l’album della famiglia Italia, il riferimento alle grandi riforme post-belliche (Piano casa, Statuto dei lavoratori, Sanità) per ricordarci che le conquiste non sono mai finite e che la democrazia resta un processo da compiere. Le sofferenze e le note dolenti rimangono eccome, vanno curate: bassi salari, infortuni sul lavoro, emergenze abitative, nuove povertà, evasione fiscale, corruzione.
Un lessico inclusivo
In questi 11 anni al Colle, e con rinnovato vigore l’altra sera, la grammatica costituzionale mattarelliana ha proposto senza sosta un lessico inclusivo, i cui termini stanno nel risvegliare il senso di appartenenza dei cittadini e nell’incoraggiare una comunità plurale intesa come società di destino. «La Repubblica siamo noi», dice l’inquilino del Colle, accanto alla foto iconica della «ragazza repubblicana» che sorride all’Italia ritrovata per volontà popolare, il simbolo del 2 Giugno, ed è un’esortazione che accoglie e chiama all’appello tutti, nessuno escluso.
La parola «insieme» è insistente nelle riflessioni del Capo dello Stato e rinvia, anche qui, ai valori repubblicani: alla stagione dei diritti e dei doveri, mai disgiunti gli uni dagli altri, che fra cadute e riprese (pensiamo al terrorismo sconfitto per via politica e giudiziaria), ha guidato lo sviluppo civile ed economico del Paese.
La parola «insieme» è insistente nelle riflessioni del Capo dello Stato e rinvia, anche qui, ai valori repubblicani: alla stagione dei diritti e dei doveri, mai disgiunti gli uni dagli altri, che fra cadute e riprese (pensiamo al terrorismo sconfitto per via politica e giudiziaria), ha guidato lo sviluppo civile ed economico del Paese. Gli interventi di fine anno dei Presidenti sono, per loro natura, un momento benaugurante fra sentimenti e ragione che vanno letti e messi a tema in sequenza, perché compongono un indirizzo concettuale unico che specifica le caratteristiche del garante di turno della Costituzione.
Campagna d’Europa
Qualche osservatore, non sbagliando, per il Mattarella visto nel 2025 ha parlato di «campagna d’Europa», e così è stato: dal celebre discorso a Marsiglia a quello recente al corpo diplomatico. Il Capo dello Stato, in ogni circostanza, ha restituito all’attualità il valore della ricostruzione europea, riaffermandone i principi (il percorso di pace, i diritti, gli standard di vita) e chiedendo che si faccia memoria di quello che siamo, in quanto europei. Perché, in definitiva, dovremmo rinunciare ad essere quello che siamo? Nel discorso di fine 2025 il Capo dello Stato ha trasferito questo ragionamento in chiave soprattutto italiana, per onorare il prossimo 80° anniversario della Repubblica, senza comunque tralasciare la rinnovata denuncia dell’essenza violenta del travagliato contesto internazionale. Almeno due passaggi vanno sottolineati. Il primo quando definisce, senza far nomi, «ripugnante il rifiuto di chi nega la pace perché si sente più forte»: una condanna netta dopo aver citato i bombardamenti sulle città ucraine e la devastazione di Gaza.
Le parole del Papa
Il secondo quando, nel raccogliere il sollecito di Papa Leone XIV a disarmare le parole, spiega che la pace altro non è che «un modo di pensare, di vivere insieme agli altri rispettandoli senza pretendere di imporre i propri interessi, il proprio dominio». Ecco un’altra parola chiave: rispetto, termine scelto con puntualità e forse guardando all’oggi. Quel rispetto che all’Assemblea costituente riusciva a dispiegarsi pur in una cornice di dura contrapposizione ideologica, perché era prevalsa la saggezza di separare la dialettica sul governo dal compromesso costituzionale per il bene del Paese. In definitiva, Mattarella ci ha detto che la speranza poggia su una realtà confezionata da una visione e che ha i fondamentali nella rinascita del dopoguerra e nei principi repubblicani. Qualcosa di certo è andato storto, e del resto la democrazia è imperfetta per definizione, ma ce l’abbiamo fatta. E possiamo farcela «insieme», anche in tempi eccezionali.
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