( foto Ansa)
ITALIA. Ci sono parole formali che scorrono via come acqua tiepida, buone per tutte le stagioni e per nessuna verità. E poi ce ne sono altre che, se le prendi sul serio, ti obbligano addirittura a guardarti allo specchio e a riflettere nello Stato in cui vivi.
Una delle frasi pronunciate ieri del presidente Sergio Mattarella appartiene a queste ultime: «Costituzione, canto degli Italiani e Tricolore sono simboli di una comunità fondata sulla partecipazione, sulla solidarietà e sul rispetto delle istituzioni democratiche e di ogni persona». A prima vista sembra la solita liturgia civile, quella che accompagna le cerimonie ufficiali tra corone d’alloro e applausi di circostanza. Ma è proprio lì l’equivoco tutte italiano: scambiare le parole per i fatti. Perché Costituzione, Inno e Bandiera, lasciati soli, sono oggetti. Sepolcri imbiancati. Simboli svuotati. Buoni per le ricorrenze, inutili nella vita quotidiana. Il Capo dello Stato, con il suo stile asciutto, dice invece una cosa che in Italia si fatica ad accettare: i simboli vivono solo se qualcuno li pratica. E la pratica ha nomi precisi - partecipazione, solidarietà, rispetto, impegno, coerenza morale - che non si declamano ma si esercitano. Senza questi, tutto il resto è teatro civile, una rappresentazione che consola ma non cambia nulla.
Il 17 marzo, che ieri abbiamo celebrato come nascita dell’Unità nazionale, non è una data da calendario ma una domanda aperta: esiste davvero oggi quella comunità? O ci limitiamo a evocarla? Quando il Capo dello Stato parla di impegno civile, usa un linguaggio che suona antico perché abbiamo smesso di frequentarlo. Eppure è l’unico che conta, a maggior ragione visti i tempi che stiamo vivendo. Parla dei valori fondanti della nazione italiana: «Indipendenza, sovranità popolare, libertà, giustizia e pace». Non è un caso che Mattarella, da anni, insista sugli stessi temi. Non è ripetizione, è - possiamo chiamarla così - ostinazione repubblicana.
E la sua non è retorica: è scelta. Lo si vede da chi entra al Quirinale e partecipa alle cerimonie del Colle. Non solo i protagonisti del rumore pubblico, non solo i potenti delle terra, ma quelli del lavoro silenzioso. Volontari, operatori sociali, lavoratori del Terzo settore, giovani che aiutano la famiglia in difficoltà, cittadini che tengono insieme pezzi di Paese che altrimenti si sfalderebbero, che lavorano per l’inclusione.
Gli «Alfieri della Repubblica» sono il segnale più chiaro: ragazzi premiati non per la visibilità ma per l’impegno. Gli Alfieri sono giovani, di solito tra i 10 e i 18 anni, che si sono distinti per azioni esemplari: gesti concreti di solidarietà e altruismo, forme di impegno civile contro bullismo, violenza e illegalità, atti di coraggio, oppure progetti sociali e ambientali innovativi. A questo si aggiunge spesso una qualità meno visibile ma altrettanto significativa: la capacità di affrontare difficoltà personali con forza e dignità. In un’Italia che ha fatto dell’astuzia una virtù nazionale, è quasi una provocazione. Premiare chi serve invece di chi appare è un gesto politico, nel senso più serio del termine. Il punto è qui, ed è un punto che molti evitano: la Costituzione non è un santino da esibire ma uno strumento da usare. Una bussola, appunto. E se serve una bussola significa che si è perso l’orientamento. Oggi lo abbiamo perso, inutile girarci attorno.
La verità è più semplice e più dura di quanto ci piace ammettere: i simboli non si difendono celebrandoli, ma incarnandoli. E una comunità non esiste perché la si nomina, ma perché qualcuno decide ogni giorno di non voltarsi dall’altra parte.
Mattarella lo ha ricordato senza enfasi, davanti al Milite Ignoto. Fuori, intanto, il mondo torna a muoversi secondo logiche che credevamo archiviate: conflitti, pretese di dominio, autocrazie, arbitri imperiali, equilibri fragili. In questo scenario, libertà, giustizia e pace non sono parole nobili: sono condizioni di sopravvivenza. E non vengono dal nulla. Sono il risultato di una storia faticosa: il Risorgimento, la guerra di Liberazione, la ricostruzione dopo il disastro del nazifascismo. Una storia fatta di divisioni, errori, compromessi, ma anche di responsabilità. La Repubblica nasce lì, non nei discorsi ufficiali. Per questo il presidente insiste sui giovani. Non per esaltarli, ma per chiamarli in causa. Perché senza di loro, e senza una trasmissione reale di quei valori, tutto si riduce a memoria stanca.
La verità è più semplice e più dura di quanto ci piace ammettere: i simboli non si difendono celebrandoli, ma incarnandoli. E una comunità non esiste perché la si nomina, ma perché qualcuno decide ogni giorno di non voltarsi dall’altra parte. Il resto è retorica nazionale. E di retorica, in Italia, non siamo mai stati poveri. Di senso civico, invece, continuiamo a vivere a credito.
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