Migranti, la sconfitta e i soldi buttati a mare

ITALIA. Da ieri sera l’Italia ha una nuova legge che ci iscrive automaticamente nella parte cattiva della storia. L’accordo tra Roma e Tirana viola una montagna di norme italiane ed europee oltre che la Convenzione di Ginevra del 1951 in materia di asilo e dimostra l’azione fallimentare del governo nell’accoglienza dei migranti.

La Conferenza episcopale italiana, appena approvata la nuova legge dall’assemblea del Senato, ha subito alzato la voce. Pochi giorni fa, in un’intervista alla Civiltà Cattolica, il presidente della Cei, il card. Matteo Zuppi, aveva definito l’interlocuzione della Cei con il governo in materia di immigrazione «dialettica» e si era capito subito che l’aggettivo esprimeva più di una preoccupazione.

È soprattutto l’Accordo tra Italia e Albania ad inquietare i vescovi, troppi soldi spesi e poi tanti dubbi di natura tecnica e giurisdizionali e sul rispetto dei diritti umani. Così ieri sera mons. Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara e presidente della Fondazione Migrantes della Cei, ha pronunciato parole severissime, che segnano un solco profondo nei rapporti tra la Cei e il governo Meloni sul sistema di accoglienza dei migranti. Perego non si è limitato a questioni tecniche e allo spreco di risorse pubbliche, ma ha definito l’Accordo un «atto di non governo», una «non tutela degli ultimi della terra», addirittura una «sconfitta della democrazia».

Parole così aspre e gravi non erano mai state pronunciate dalla Cei, nemmeno quando alla guida degli Interni c’era il leader della Lega Matteo Salvini e nemmeno ai tempi della legge Bossi-Fini. Denunciare una «sconfitta della democrazia» indica che si è oltrepassato un confine morale. La gestione dell’immigrazione è affare assai complicato e i vescovi lo ripetono da anni, senza sconti per alcun governo. E lo dicono a ragion veduta visto che la Chiesa è da sempre in prima linea nell’accoglienza. Insomma, la Chiesa sa come si fa e lo fa con poche risorse e con un grande cuore, che non è quello dei vescovi ma della gente. Sono le associazioni cattoliche, prima fra tutte la Comunità di Sant’Egidio, che hanno inventato i corridoi umanitari. All’inizio lo hanno fatto da sole con i governi alla finestra a vedere se fallivano. Poi c’è stata la retorica dell’apprezzamento, ma pochissimo investimento istituzionale. L’Accordo tra Italia e Albania fa tornare tutto indietro secondo una logica che intende il fenomeno migratorio sempre secondo le regole dell’emergenza.

Anche la Consulta albanese aveva espresso dubbi, poi velocemente fugati davanti al tintinnare del denaro e alla determinazione del padre padrone di Tirana, il primo ministro Edi Rama, ma l’approvazione è avvenuta con appena cinque voti a favore e quattro contrari, segno che qualche perplessità restava. L’Accordo costa all’Italia 673 milioni di euro per dieci anni e prevede che i migranti salvati dalla Guardia Costiera siano trasportati direttamente in Albania, trattenuti nei Centri dove si verificheranno le domande di asilo e se non accolte rispediti a casa. Secondo la Cei l’Accordo è la dimostrazione evidente della incapacità dell’Italia di costruire un sistema di accoglienza. I numeri lo confermano. Siamo al 16° posto in Europa per accoglienza di richiedenti asilo. Eppure la narrazione più diffusa è quella dell’invasione anche se i dati ufficiali dicono esattamente il contrario. Il conto economico dell’Accordo è criticato da tutti coloro che si occupano di migranti. Per la Cei sono soldi «buttati a mare» e forse era meglio impiegare il denaro per progetti di cooperazioni internazionale più efficaci e per i corridoi umanitari, perché le migrazioni nessuno può fermarle.

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