Natale, testimoni
in Medio Oriente

La Striscia di Gaza è il territorio con la più alta concentrazione abitativa al mondo. Due milioni di palestinesi musulmani vivono in una lingua sabbiosa lunga appena quaranta chilometri e tra i cinque e i dodici di larghezza. È definita «una prigione a cielo aperto» perché la sua popolazione non è libera di muoversi attraverso la frontiera con l’Egitto e il valico con Israele, salvo casi straordinari (come cure mediche urgenti). I pescatori non possono superare il limite di poche miglia nautiche, anche se le acque a sovranità palestinese vanno ben oltre. È in questo contesto che vive una comunità di 800 cristiani, fra cattolici e ortodossi. A loro quest’anno le autorità israeliane non volevano concedere il permesso di raggiungere Gerusalemme e Betlemme per le festività natalizie. Il motivo? Insondabili ragioni di sicurezza. Del resto qualche anno fa all’allora parroco della minoranza cattolica fu negato il nullaosta per uscire da Gaza e raggiungere un villaggio della Cisgiordania (l’altra parte di territorio palestinese sotto occupazione) dove si celebrava il funerale della madre.

Questa piccola comunità condivide con i musulmani le stesse sofferenze, nei bombardamenti che periodicamente si abbattono sulla Striscia e nel rigido embargo che rende la vita dei civili molto difficoltosa. Le opere cristiane (scuole, ambulatori e distribuzione di viveri) sono aperte a tutti. I cristiani hanno ricevuto il permesso di raggiungere Gerusalemme e Betlemme solo ieri, dopo prolungate e insistenti proteste. Chi resterà a Gaza celebrerà il Natale e i suoi riti, una festa che porta per qualche giorno sollievo e sostegno, in un panorama triste e doloroso. La presenza di questa minoranza di seguaci di Gesù per noi occidentali dovrebbe rappresentare una testimonianza alla quale ispirarci, per la capacità di resilienza nelle difficoltà. È un cristianesimo semplice, come in tutto il Medio Oriente, fra preghiere e opere di carità, che tenta di interpretare anche un ruolo pacificatore, un’impresa in Terra Santa perché israeliani e palestinesi hanno perso la fiducia reciproca (se c’è mai stata) e non sono ancora capaci di un riconoscimento reciproco.

A Bagdad invece il patriarca caldeo Louis Raphael Sako ha deciso di cancellare la Messa di mezzanotte, anche in questo caso per motivi di sicurezza ma purtroppo ben solidi: al rischio di attentati da parte dello Stato islamico, che non ha smesso di seminare morte in Iraq, si è aggiunta dal 1° ottobre la repressione nel sangue da parte delle autorità delle proteste popolari pacifiche contro il governo, accusato della crisi economica, del crollo dell’occupazione e di una corruzione diffusa. In un primo tempo la leadership di Bagdad è sembrata tollerare le dimostrazioni, che hanno portato alle dimissioni del premier Adel Abdul Mahdi. Ma i dimostranti - senza distinzioni etniche o confessionali - hanno rilanciato chiedendo la cacciata di tutta la classe dirigente. Rivendicazioni inaccettabili, soprattutto tra le frange politiche vicine all’Iran. La repressione ha fin qui provocato quasi 500 morti e 20 mila feriti. Il timore è che le squadracce anti-protesta possano approfittare del buio della vigilia natalizia per colpire i cristiani. La Chiesa è impegnata nel preservare l’anima pacifica della contestazione. Prima della scellerata invasione americana nel 2003, nel Paese vivevano almeno 1,4 milioni di cristiani. Oggi ne rimangono meno di 250 mila: un crollo dell’80%. Nel Kurdistan iraqeno permane poi drammatica la situazione dei profughi, tra cui molti cristiani di Mosul e della piana di Ninive (di origine preistorica, il nome le viene dato già nell’Antico testamento), dove arrivano sempre meno aiuti internazionali.

In Siria la comunità è presente da due millenni: nel 2017 il numero dei cristiani si era dimezzato, passando dal 10 al 5% della popolazione complessiva. In certi luoghi il crollo è stato verticale: ad Aleppo, in quattro anni e mezzo di assedio e di bombardamenti, dai 150 mila del 2011 ai 35-40 mila attuali. Cristiani hanno perso la vita pure nell’offensiva in corso (e dimenticata) dell’esercito turco nel nordest del Paese, zona a maggioranza curda.

Anche in Siria la minoranza opera con lo stile di quella di Gaza e di altri Paesi nel mondo islamico, dove le leggi sulla libertà religiosa sono molto restrittive. È lo stile dei seguaci di Cristo, nel mirino non solo dell’islamismo jihadista ma anche di altri fondamentalismi (come quello hindu in India).Una resistenza pacifica che verrà come sempre ravvivata dal Natale, una testimonianza dalla quale imparare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA