Patrimoni ed elettori, le bussole di Trump

MONDO. «Non userò la forza. Amo l’Europa ma non sta andando nella giusta direzione. Se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto, se diranno di no, ce lo ricorderemo». L’Europa tira il fiato e i mercati anche.

Sono loro che hanno indotto a Davos il presidente americano a far retromarcia. Trasformare un possibile attacco militare in Groenlandia in un «ce lo ricorderemo», se la Danimarca non vende l’isola di ghiaccio al governo americano, è una bella capriola. Il governatore della California Gavin Newsom era stato buon profeta. Al Forum economico internazionale ha affermato che Trump avrebbe adottato un tono più conciliante verso gli europei in merito alla Groenlandia, a causa del crollo dei mercati azionari. Nell’aprile scorso, quando all’indomani del cosiddetto «Liberation Day» furono applicati dazi indiscriminati a tutto il globo, le quotazioni andarono a picco. Solo ora i listini stanno recuperando il terreno perduto. Trump conosce un solo dissuasore, il denaro. In America da sempre il business è la misura del mondo. Con Trump la cosa è diventata manifesta, senza infingimenti e ipocrisie. Il presidente del Congresso, il repubblicano Mike Johnson, ha accusato gli europei di prendere troppo alla lettera le minacce del presidente americano, quando invece andrebbero prese seriamente. Il che vuol dire che occorre fare la tara alle sue affermazioni. Trump ricatta quelli che pensa siano più deboli, gli ucraini con Zelensky e adesso i danesi e gli europei. Va avanti nel gioco finché il fronte interno americano glielo permette.

Elettorato e Borsa

Ci sono due fattori: il primo è l’elettorato e il secondo la Borsa. Gli elettori al momento approvano la politica muscolare del loro presidente e anche le Borse lo sostengono. Ma c’è un limite: quando gli equilibri macroeconomici saltano, gli investitori temono per la sostenibilità delle loro operazioni finanziarie. E in gioco in Borsa sono anche i patrimoni dei suoi più fidati collaboratori. «Sono loro, quelli sull’aereo presidenziale in volo verso la Svizzera, le prime sentinelle. Il portafoglio di Howard Lutnick, ministro del Commercio, e quello di Steve Witkoff, fidato inviato nelle aree di crisi, e quello dello stesso Trump: è ciò che conta» ha affermato Newsom in un’intervista a «Politico». Quando i loro patrimoni corrono rischi, il presidente corre ai ripari. Pare sia stato così anche questa volta. Prendere le misure a Trump è l’insegnamento da trarre. In Islanda temono che adesso anche Reykjavik sia caduta nelle mire degli americani. Il tycoon nel suo intervento a Davos ha scambiato più volte la Groenlandia con l’Islanda, creando quindi scompiglio sull’isola dei discepoli dei Vichinghi.

Le ritorsioni di Washington

Ma anche la Germania teme le ritorsioni di Washington. La ministra dell’Economia Katherina Reiche si ispira a Giorgia Meloni e suggerisce di seguirne le tracce in un approccio morbido. Il 10% dell’export tedesco va negli Usa e un taglio con quel mercato vuol dire disoccupazione, in un Paese già in crisi economica e con AfD pronta a cavalcare l’inevitabile disagio sociale. In più si aggiunge il rinvio dell’accordo Mercosur alla Corte di Giustizia europea ad opera di una maggioranza risicata dell’Europarlamento. E questo vuol dire che lo sbocco per i prodotti industriali tedeschi in sostituzione del mercato cinese è bloccato per almeno altri due anni. Il tutto in una lotta tra Parigi e Berlino dove il francese Macron rivendica la leadership e con i tedeschi non più disposti a concederla.

Alla fine potrebbe giovarsene proprio l’Italia. L’idea del governo Meloni è di puntare sulle identità nazionali e al contempo unire gli sforzi a livello europeo su tutto ciò che è di comune interesse. La difesa in primo luogo. Il nostro Paese ha da sempre una visione cosmopolita e aperta che si ispira alla tradizione della Chiesa. Proprio ciò di cui l’Europa ha bisogno per uscire dal nazionalismo.

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