Pd, tempo di proposte ma rischio per Schlein

ITALIA. Ha faticato a decollare «l’estate di mobilitazione» lanciata da Elly Schlein, desiderosa di infiammare alla battaglia i suoi fedeli. Anche se un po’ in ritardo, alla fine è spuntata la formula incendiaria: il salario minimo.

Una causa, questa sì, veramente di sinistra. Non solo, ma anche popolare e, per di più, capace di mettere in difficoltà la destra al governo - neo, post, o

a-fascista che sia - per la sinistra irrimediabilmente gravata da un retaggio nostalgico. È la prima volta da quando si è messa alla testa del Pd che la neo segretaria trova un’occasione per attaccare la rivale di Fratelli d’Italia. In tutti questi primi quattro mesi di guida del partito, non ha certo lesinato in attacchi al primo governo di destra-destra della storia repubblicana.

Si è trattato, però, sempre di affondi, per così dire, di rimbalzo, in risposta a iniziative prese dalla maggioranza. In altre parole, la Elly nazionale ha mostrato di restare prigioniera di quella sorta di «sindrome della contestazione» ereditata dagli anni in cui si era scagliata conto tutti e tutto, persino contro la sinistra, dando vita ad un’edizione nostrana dei movimenti di contestazione allora di moda, come l’Occupy Wall Street o l’Indignados movement in Spagna. Si era cioè limitata a rintuzzare ogni passaggio del governo, restando però sempre nel vago a definire un programma di riforme alternativo alla destra. Ha bocciato lo smantellamento del Reddito di cittadinanza, che pure il Pd non aveva gradito al momento dell’istituzione. Ha gridato all’evasione quando il governo ha chiesto la delega sul progetto di riforma fiscale. Ha lanciato l’allarme sui ritardi e sulla confusione che - a suo dire - caratterizza l’azione del ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, in tema di Pnrr.

Col salario minimo, invece, no. Ha cambiato musica. L’opposizione è passata ad incalzare il governo con una sua proposta, tanto che la Meloni ha dovuto inventarsi un modo per uscire dall’angolo in cui s’è ritrovata. Ha fatto un po’ come il pugile che per bloccare l’irruenza dell’avversario gli si aggrappa addosso.

Anche sul tema del salario minimo, a dire il vero, però Schlein è andata poco oltre un generico, per quanto assai efficace, slogan. Ha accusato il governo di condurre niente meno che «la guerra ai poveri». Ha saputo, comunque, passare dalla protesta - dal «vade retro Satana» contro la diavolessa nera Meloni - alla proposta, come deve fare un’opposizione che aspiri alla conquista di un ruolo di governo. Ora, è tempo che prenda corpo il progetto della sinistra alla guida del Paese. Sino ad oggi, ci si poteva fare una vaga idea dei suoi «sì» solo guardando ai suoi «no». No, peraltro, spesso piuttosto imbarazzanti per la sua storia. Come la virata sulla guerra in Ucraina con l’abbraccio alla causa di un pacifismo sospetto di simpatie filo Putin, o il sostegno - prima negato - al Reddito di cittadinanza o ancora la bocciatura degli accordi governativi di Tunisi tesi a frenare l’immigrazione, a costo anche di contraddirsi, visto che al contempo si lamenta dei troppi sbarchi di clandestini dall’Africa. Non si è accorta che nella smania di rintuzzare la concorrenza di Conte, invece di democratizzare i grillini, sta finendo con il grillizzare i democratici.

© RIPRODUZIONE RISERVATA