Premier eletto, ipotesi oscura

ITALIA. Per quanto avvolto da notevole incertezza, di metodo e di contenuti, il processo di riforma costituzionale, annunciato e voluto dalla maggioranza di centrodestra, ha segnato in questi giorni un avanzamento.

L’incertezza di metodo riguarda l’ipotesi di ripetere l’esperienza - non certo esaltante - delle commissioni bicamerali, fermo restando che la loro istituzione, se dovesse derogare al procedimento di revisione costituzionale ex articolo 138 della Costituzione, esigerebbe, a propria volta, una legge costituzionale. Non proprio uno snellimento… L’incertezza di contenuto è ancora più disorientante: si oscilla tra presidenzialismo e premierato, passando per il semi-presidenzialismo. Sembra quasi che le soluzioni siano fungibili e che non vi sia consapevolezza delle rilevanti differenze che le connotano. Tale oscillazione sarebbe sensata solo se fosse il segno, in sé auspicabile, di una reale apertura alle minoranze, ma non giungono indicazioni rassicuranti in tal senso. Quando si ripete che comunque non si riconosce un «diritto di veto» alle minoranze, il clima si rivela già deteriorato.

Non mancano peraltro - e quando mai? - generose, e forse non disinteressate, aperture di settori delle opposizioni: in questo «brilla» il polo centrista, ma anche gli ambienti sedicenti riformisti del Pd smaniano… In questa coltre di incertezza, si possono offrire solo criteri preliminari. La via su cui, a stare ai programmi elettorali, si appuntava la preferenza della maggioranza (di Fratelli d’Italia, in particolare), e cioè il presidenzialismo, pare già raffreddata. In effetti, se stiamo a tutte le rilevazioni sondaggistiche, il Presidente della Repubblica (PdR) è l’istituzione che raccoglie la più ampia fiducia dei cittadini, sicché non si vede la ragione di modificarne l’investitura, con il rischio di macchiarla in senso partitico. È però vero che il ruolo del PdR si è, in questi decenni, molto accentuato, diventando la porta d’ingresso (e la garanzia) dell’influenza atlantica ed europea sulle politiche nazionali. Una maggiore politicizzazione del ruolo è quindi già sostanzialmente in atto e il presidenzialismo, se si seguisse l’esperienza americana, prevede un ricco sistema di pesi e contrappesi, oltre alla forma federale.

Guadagna invece consenso l’ipotesi del premierato, formula oscura, a cui possono corrispondere più soluzioni. Dalle prime informazioni, da verificare nel prosieguo, sembra si voglia estendere a livello statale la forma di governo locale e regionale, con il presidente del Consiglio (il premier) che nomina e revoca i ministri, eletto direttamente dai cittadini e sfiduciabile solo al prezzo dello scioglimento contestuale del Parlamento o, in alternativa, con la sfiducia costruttiva. Il premierato, apparentemente, lascia intatto il ruolo super partes del PdR, con il rischio però di svuotarne le funzioni politicamente più delicate: la nomina del Governo e, ancor più, lo scioglimento anticipato del Parlamento. Inoltre, non vorremmo vedere il Parlamento ancora più svilito, alla stregua del Consiglio comunale, ostaggio del potere di ricatto del sindaco-Premier… Si tratta allora di capire quali contrappesi saranno introdotti a seguito di un rafforzamento così intenso del ruolo del «Capo» del Governo. In attesa di capire, l’impressione è che il sistema partitico cerchi, per l’ennesima volta, di (fingere di) volersi legare le mani, limitando l’indisciplina e l’opportunismo che spesso hanno indebolito i Governi, a favore di leadership monocratiche che, però, al di là di fantasie, restano della stessa qualità di cui è impastata la classe politica. E, naturalmente, ci si guarda bene da una vera riforma dei partiti, che li restituisca finalmente al loro ruolo costituzionale, di strumenti democratici di partecipazione dei cittadini; e dalla riforma del bicameralismo, in modo da potenziare la capacità infiacchita del Parlamento (il vero problema!) di rappresentare le differenti articolazioni del popolo sovrano. Tra l’altro, la differenziazione delle Camere sarebbe già una via per rafforzare la stabilità del Governo, laddove il rapporto di fiducia venisse affidato alla sola Camera dei cittadini, riservando alla seconda Camera l’espressione delle articolazioni territoriali della Repubblica…

© RIPRODUZIONE RISERVATA