Ripartenza, Draghi
incalza l’Europa

Oggi Mario Draghi farà il suo esordio da presidente del Consiglio alla riunione dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea (cui parteciperà per un tratto anche Biden). Le responsabilità sono diverse da quando vi partecipava come capo della Bce ma la sua autorevolezza rappresenta un vantaggio, un «bonus», per l’Italia: Draghi è il primo a sapere che la capacità di influenza di un premier nel contesto internazionale è determinata dal Paese che rappresenta e solo poi dal suo personale prestigio, però non c’è dubbio che lui ha già riportato il governo di Roma nel gruppo di testa dell’Europa – anche grazie al progressivo venir meno della leadership di Angela Merkel e dell’appannamento di Macron. Oggi i leader discuteranno soprattutto di come rispondere a quella che Draghi definisce «la grande delusione dei cittadini europei» per la campagna vaccinale organizzata dall’Unione. Basti solo ricordare che in Gran Bretagna ogni giorno si vaccina il quadruplo delle persone che ricevono il siero nei Paesi della Ue. Questo significa che il Regno Unito, gli Stati Uniti, Israele, per non parlare della Cina, uscendo prima dalla pandemia avranno un enorme vantaggio nella ripresa economica mondiale.

L’Europa sarà indietro e Draghi lo ricorderà ai suoi colleghi: bisogna correre, non va sprecato anche un solo giorno, e se il coordinamento europeo non funziona nonostante i tanti sforzi per rafforzarlo, allora «bisogna cercare altre strade». Non è la prima volta che lo dice, Draghi, e ieri lo ha ripetuto con franchezza di fronte ai deputati e ai senatori: l’emergenza preme e bisogna muoversi. «Il vaccino non ha nazionalità» ha detto e l’allusione è evidentemente al russo Sputnik che la Commissione continua a rifiutare per ragioni di geopolitica. Poi ci sono le ulteriori decisioni sull’export di vaccini dall’Europa verso il resto del mondo. Il tedesco Manfred Weber del Ppe ha lamentato che «L’Europa ha creduto nel libero mercato anche in questa circostanza, gli altri Paesi no» tant’è che l’Ue è l’unico grande produttore Ocse che continua a esportare vaccini pur non avendone a sufficienza per sé perché le aziende farmaceutiche non rispettano gli accordi stipulati a Bruxelles. Su questo fronte l’Italia sostiene una linea dura che si è manifestata già quando il governo di Roma, per primo, ha bloccato l’esportazione di 250 mila fiale che dovevano partire dall’Italia verso l’Australia: è probabile che finisca così anche la vicenda dei 29 milioni di fiale che Astrazeneca tiene nello stabilimento di Anagni e che chissà dove erano dirette, probabilmente verso la Gran Bretagna: le dosi in eccesso sono state bloccate dai Nas su decisione del ministero della Salute e su indicazione della Commissione europea. E a dimostrazione che la fermezza paga, proprio alla vigilia del Consiglio europeo sono state anticipate le bozze di un accordo win-win tra Commissione e Regno Unito, dopo settimane di durissime polemiche, per una cooperazione nel campo vaccinale che escluda il blocco dell’export.

Nella sua analisi della nostra campagna vaccinale, Draghi non ha certo usato parole leggere verso le Regioni e la «inaccettabile diversità» di comportamento tra loro, stigmatizzando quelle che, anziché privilegiare gli anziani e i fragili, hanno preferito dare spazio a categorie «che evidentemente avevano un loro maggiore potere contrattuale», insomma le lobby che si sono fatte avanti e sono state ascoltate. In ogni caso l’obiettivo è di raddoppiare in breve tempo la nostra capacità di vaccinazione arrivando a mezzo milione di dosi al giorno. Questo dovrebbe consentire di pianificare le prime «riaperture» dopo la stretta di Pasqua cominciando dalle scuole dell’infanzia e primarie fino alla prima media. Su questo, grandi applausi sia alla Camera che al Senato.

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