Roncalli, Pizzaballa e la via per l’Oriente

IL CONCISTORO. Settant’anni dopo Angelo Giuseppe Roncalli, nel respiro universale della Chiesa torna un soffio bergamasco.

È quello di Pierbattista Pizzaballa, originario di Cologno al Serio, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, il primo vescovo della Città Santa a ricevere la berretta cardinalizia, segno della grande attenzione che Papa Francesco riserva a quel martoriato lembo di terra e all’area Mediorientale nel suo insieme. Tuttavia il filo rosso che lega i due porporati non si snoda soltanto tra le colline di Sotto il Monte e la campagna della Bassa bergamasca, entrambi permeati dalle feconde origini contadine, ma lungo un percorso a tratti comune, soprattutto sui sentieri del dialogo con le Chiese orientali e della raffinatezza diplomatica, condizione imprescindibile per muoversi su terreni tanto scoscesi quanto scivolosi. Quando il 17 febbraio del 1925 il cardinale Pietro Gasparri gli annunciò la nomina a Visitatore apostolico in Bulgaria e la conseguente elevazione alla dignità vescovile, monsignor Roncalli scrisse nel Giornale dell’Anima che «La Chiesa mi vuole vescovo, per mandarmi ad esercitare un ministero di pace. Forse sulla mia via mi attendono molte tribolazioni. Con l’aiuto del Signore mi sento pronto a tutto (...). Metto nel mio stemma le parole “Oboedientia et pax”», parole che «sono un po’ la mia storia e la mia vita». L’obbedienza di chi resta in ascolto della voce di Dio, e trasmette agli altri quella pace del cuore che il Signore elargisce a chi vive così.

Novant’anni più tardi, nel settembre del 2016, alla vigilia della sua ordinazione episcopale nella Cattedrale di Bergamo in seguito alla sua nomina ad Amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme, monsignor Pizzaballa sceglierà come motto episcopale «Sufficit tibi gratia mea», «Ti basti la mia grazia», dalla lettera di San Paolo ai Corinzi. «La Chiesa di Terra Santa non ha mezzi e non ha potere - spiegherà l’arcivescovo - . Ha solo Cristo e la sua Grazia». Ciò che ispira Pizzaballa è l’aver «coscienza che la nostra missione altro non è che testimoniare la Grazia che per primi ci ha toccato e da questa continuamente ripartire». Pace e obbedienza, dunque.

Ma le affinità tra i due principi della Chiesa di origini bergamasche (Gustavo Testa, di Boltiere, venne creato cardinale il 14 dicembre del 1959 da Giovanni XXIII) trovano ampie convergenze - pur nella loro diversità temporale e in contesti sociali e storici differenti – nel rapporto con il Medio Oriente e le Chiese di quell’area geografica, Chiese il cui ruolo politico era ed è tuttora molto forte, sostanzialmente centrale. L’esperienza bulgara - scrisse lo storico della Chiesa Giuseppe Alberigo - orientò Roncalli «verso una concezione ricca e aperta dell’unità cristiana, ma anche a una presa di distanza dalle forme più controverse dell’uniatismo e dall’uniformismo ecclesiale». Così come «l’esperienza del secolarismo areligioso della “nuova” Turchia» lo rende ancor più attento «verso i significati profondi della storia umana, ma nello stesso tempo non scalfisce il suo senso religioso né impoverisce gli spessori della sua interiorità». Gli orizzonti della sua mente e del suo spirito si dilatano sensibilmente, conscio della necessità di andare sempre più alla ricerca di ciò che unisce anziché di quel che divide, una «forma mentis» che si rivelerà poi essere uno dei punti chiave del suo pontificato.

Come quello di monsignor Roncalli in Turchia e in Bulgaria, anche l’operato nell’area di Gerusalemme di padre Pizzaballa (fin dal 2004, da quando cioè venne nominato Custode di Terra Santa) è stato ampiamente apprezzato da tutti i soggetti in campo, politici e religiosi. Pizzaballa, ricorda Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, «ha saputo creare una rete di relazioni e contatti, ha fatto conoscere meglio in Italia e nel mondo la Custodia e il suo insostituibile servizio. Ha avuto buoni rapporti con il Governo israeliano e con l’Autorità palestinese. Ed ha giocato un ruolo non secondario negli accordi con le altre Chiese cristiane per i restauri del tetto della basilica della Natività di Betlemme e per quelli di consolidamento dell’edicola del Santo Sepolcro a Gerusalemme».

E proprio sabato scorso, intervenendo a Bergamo ad un incontro promosso dalla Fondazione Giovanni XXIII, padre Pizzaballa ha ricordato che «non si può parlare di pace senza parlare di giustizia, diritti, verità e perdono. In Terra Santa ci sono due popoli che vivono uno inserito dentro l’altro, ma che non riescono a coesistere pacificamente. Il comune denominatore è il forte desiderio di porre fine a questa situazione, ma sul come si diverge. La pace, quindi, è un continuo sforzo: significa lavorare per riconoscere l’esistenza dell’altro. Noi cerchiamo di lavorare sul territorio, per creare occasioni di incontro, laddove possibile», sottolineando la necessità che tutti vivano con dignità, facendo in modo che questa dignità «sia reale, concreta», e ribadendo l’urgenza di un dialogo inteso come luogo di incontro».

Se ci sarà pace a Gerusalemme - dice un antico detto - ci sarà pace in tutto il mondo. Per questo Papa Francesco mette in campo tutte le forze che ha, e le sue forze sono gli uomini di speranza, come Pizzaballa. «La sfida di Gerusalemme – scrive il belga Eric Emmanuel Schmitt nel libro che porta lo stesso titolo - è la chiamata ad andare d’accordo. (…) Questa città ci chiama a essere fratelli. Ma il problema è che a Gerusalemme c’è più fratricidio che fratellanza». Il cardinale Pizzaballa lo sa bene, ma è l’uomo della speranza. E nella speranza, come diceva Sant’Agostino, c’è lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle.

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