Salvini più a destra
Conviene ai 5 Stelle

Ormai abbiamo imboccato la penultima settimana prima del voto e, come vuole la tradizione, il clima si scalda sempre di più. Litigano ogni giorno gli alleati di governo, litigano le opposizioni con la maggioranza e il governo. In particolare nelle ultime ore è finito nel mirino del Partito democratico il ministro dell’Interno per via di uno striscione («Salvini, qui non sei il benvenuto») rimosso dai vigili del fuoco durante un comizio della Lega a Brembate. Sul perché sia stato fatto togliere - oltretutto dai pompieri con tanto di autogrù - per decisione di chi, per fronteggiare quale pericolo di ordine pubblico, si è ovviamente scatenata la bagarre politica. Secondo il sindacato dei vigili, a ordinare l’operazione sarebbe stata la Questura: dunque l’accusa a Salvini è di aver ordinato un’azione censoria abusando dei suoi poteri di ministro dell’Interno. Lui smentisce: «Non ne sapevo niente».

Anche a partire da questo episodio sembra che – passo dopo passo – Di Maio stia riuscendo a schiacciare sulla destra il concorrente leghista: operazione cominciata da tempo che serve al leader di Afragola perché così può sperare di non perdere quell’elettorato di centrosinistra che l’anno scorso alle politiche votò per i Cinque Stelle e che oggi potrebbe, magari obtorto collo, acconciarsi a fare lo stesso perché spaventato da un Salvini «di destra», anzi proprio «fascista». Non a caso anche ieri Di Maio ripeteva con tono preoccupato e rassicurante: «La smetta Salvini di aizzare le piazze, c’è un clima di odio e di tensione che è palpabile». Ecco dunque dipinto l’alleato «che aizza».

Salvini ci sta però mettendo del suo in queste ultime settimane ad essere «schiacciato a destra». Anche prima dello striscione di Brembate, ci sono stati vari episodi di ruvide reazioni alle contestazioni in piazza di elettori di sinistra («figli di papà», «zecche») senza contare l’imprudente discorso dal balcone mussoliniano in Romagna, lo spiacevole episodio del libro di CasaPound che pubblica un suo libro-intervista, e infine i toni sprezzanti usati col cardinale che ha riacceso la luce nel palazzo romano occupato. Il risultato è che le varie manifestazioni in giro per l’Italia di gruppi di estrema destra o apertamente fascisti vengono in un modo o in un altro ricondotte proprio a Salvini, e questo non fa bene alla sua corsa elettorale che punta al raddoppio dei voti della Lega (non raggiungibile senza l’elettorato moderato che non ama né fascisti né centri sociali né estremisti in genere).

Raccontano i retroscenisti dei giornali che, dopo la defenestrazione dal governo del sottosegretario leghista Siri, Di Maio e Salvini abbiano smesso di parlarsi, anche solo per WhatsApp. Dal momento che da qui al 26 maggio è convocato un solo Consiglio dei ministri e chissà se i due saranno presenti, di occasioni per parlarsi non ne avranno granché. E come avevamo facilmente pronosticato, la crescente tensione tra i due (quasi) alleati sta provocando la paralisi dell’azione di governo in attesa che arrivi il risultato e che si capisca cosa succederà dopo le elezioni europee. Di sicuro qualcuno si dovrà occupare di trovare in breve le svariate decine di miliardi per chiudere le falle dei conti pubblici ed evitare che l’aumento dell’Iva dia una mazzata micidiale ai consumi interni. Sarà un’operazione tutt’altro che indolore, e sicuramente telecomandata da Bruxelles. Avverrà sotto gli occhi degli italiani cui non farà velo né uno striscione impertinente né qualche parola rassicurante («Sono certo che l’Iva non aumenterà”, ha giurato Di Maio di fronte alle telecamere).

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