Se curare le ferite a 84 anni è un reato
I piedi di un migrante arrivato dalla rotta balcanica curati dai coniugi alla stazione di Trieste

Se curare le ferite
a 84 anni è un reato

La polizia è arrivata all’alba, si è fatta aprire la porta e una volta in casa ha compiuto un’accurata perlustrazione per acquisire documenti, telefoni e computer. Un blitz antiterrorismo? No. È accaduto nei giorni scorsi a Trieste nell’appartamento di Gian Andrea Franchi (84 anni, insegnante di filosofia in pensione) e di Lorena Fornasir (68 anni, psicoterapeuta), che è anche sede dell’associazione di volontariato «Linea d’ombra». Nel capoluogo giuliano la coppia è nota anche con il nome «samaritani»: da anni ogni sera raggiungono il piazzale della stazione con il loro carrello di farmaci, disinfettanti, fasce e cerotti, per curare i piedi dei migranti arrivati dalla rotta balcanica dopo giorni di cammino, in autunno e in inverno anche nella neve, calzando scarpe da ginnastica o addirittura ciabatte. Piedi piagati e gonfi, pieni di ferite che rischiano di infettarsi. Un gesto, la cura, che ricorda la lavanda dei piedi, il rito della Settimana santa. Il marito, per tutti il «nonno dei profughi», è ora indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Su ordine della Procura di Trieste, oltre alla perquisizione in casa Franchi, è stata eseguita una vasta operazione per contrastare un’organizzazione criminale finalizzata all’ingresso e al transito in Italia di immigrati irregolari, a scopo di lucro.

Secondo il procuratore Antonio De Nicolò «se tra gli indagati c’è chi dimostrerà che ha operato non a scopo di lucro, ma umanitario, e non sapeva che, dietro al proprio lavoro volontario di assistenza filantropica, si svolgevano attività illecite, la posizione sarà ovviamente archiviata». Parole che incredibilmente invertono l’onere della prova: ti riteniamo colpevole (per la Costituzione lo si è solo dopo il terzo grado di giudizio) ma se dimostri di non esserlo uscirai dall’inchiesta. In Italia parte della giustizia funziona così. Nel 2016 era accaduto qualcosa di analogo a Udine. Nel mirino finì «Ospiti in arrivo», un’altra associazione che si occupa di accoglienza e integrazione. Vennero indagati 7 volontari ma la vicenda si chiuse un anno dopo con l’archiviazione.

Sono in molti a Triste a ritenere che l’inchiesta contro i «samaritani» sia un’infamia: conoscendoli di persona, sanno che i coniugi non hanno mai ricavato alcun compenso per l’attività caritativa, che comprende anche viaggi in Bosnia per consegnare aiuti e denunciare le condizioni di degrado dei migranti spesso respinti con crudeltà, alloggiati in ex fabbriche o campi senza riscaldamento né corrente elettrica. Tra di loro anche chi scappa da guerre o persecuzioni (da Siria, Afghanistan e dal Pakistan perché cristiani) e avrebbe diritto a presentare domanda d’asilo. La Procura di Trieste opera per conto di uno Stato (l’Italia) richiamato dall’Onu perché il respingimento di chi ha diritto ad accedere all’asilo è illegale. Argomento peraltro sposato dal Tribunale di Roma che di recente ha condannato il nostro ministero dell’Interno - ricorrerà in Appello - per le «riammissioni» informali in Slovenia, avendo violato la Costituzione, la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue e l’accordo bilaterale con il Paese slavo nostro confinante. Giunti in Italia, ai migranti viene fatto firmare un foglio che credono essere la richiesta di asilo e invece è un modulo di riammissione.

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