Serve ancora chiarezza sulla regia delle stragi

LOTTA ALLA MAFIA. L’immagine più rappresentativa di Paolo Borsellino sta nel ritratto che gli fece il fotografo Tony Gentile, quello che lo vede sorridente con il suo caro amico e collega Giovanni Falcone.

Una foto finita giustamente su magliette, manifesti, articoli e copertine di giornali. I due eroi della lotta alla mafia si conoscevano da quando avevano i calzoni corti e tiravano calci a un pallone nel quartiere della Kalsa, la borgata palermitana di origine araba a due passi dal mare dove si trova anche la farmacia della famiglia Borsellino. Separare questi due martiri dello Stato, attribuendo a uno inclinazioni di sinistra e all’altro tendenze politiche di destra nel loro lavoro - esaltando la figura dell’uno e mettendo in ombra quella dell’altro a seconda delle convenienze - è un’operazione disonesta che offende la loro memoria.

I due giudici istruttori avevano personalità e idee politiche differenti ma il medesimo senso delle istituzioni e dello Stato, che facevano sempre prevalere nel loro operato di giudici istruttori. I due vissero anche insieme con le rispettive famiglie nella foresteria del carcere dell’isola dell’Asinara, al tempo in cui stilarono le ottomila pagine della sentenza-ordinanza del maxi processo alla mafia che portò a 342 condanne e a 19 ergastoli.

Puntare su Borsellino piuttosto che su Falcone - come stanno facendo certi ambienti del centrodestra in chiave politica - è un’operazione strumentale. Certo, il magistrato palermitano aveva aderito in gioventù ai giovani nel Movimento sociale e non nascondeva le sue simpatie politiche. Ma l’allievo di Rocco Chinnici era più di ogni altra cosa un uomo delle istituzioni e mai avrebbe permesso di far entrare le sue idee politiche nel suo lavoro di giudice istruttore, membro di quel pool antimafia guidato da Caponnetto che negli anni ’80 e ’90 ha permesso di smantellare un’intera generazione di boss di Cosa nostra, ponendo le premesse per l’azione di contrasto successiva alla loro morte da parte della procura di Palermo e delle forze dell’ordine. La strage di via D’Amelio, nella quale morirono il giudice e i membri della sua scorta, si lega indissolubilmente a quella di Capaci. Eppure in questi giorni convulsi abbiamo assistito al tentativo di isolare il suo sacrificio da quello del suo collega e amico, magari con l’inconfessato scopo di spingere quelle riforme che non avrebbe mai approvato, come la rimodulazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Oltretutto intorno alla strage di via D’Amelio ci sono molte verità che ancora tardano ad affiorare, come la sparizione della famosa agenda rossa - la «scatola nera» delle stragi di Stato - l’identificazione dei «burattinai» che sovrintendevano all’organizzazione militare, i depistaggi sulle indagini della prima ora, il ruolo dei servizi segreti e la presenza sul luogo dell’attentato di soggetti estranei alla mafia.

Borsellino dopo la strage di Capaci si rese conto di essere un condannato a morte. La sorella Rita, una sorta di «Antigone» dell’antimafia che portò avanti le sue idee in tutta Italia, durante un incontro dedicato alla sua memoria, mi raccontò che suo fratello si preparava persino mentalmente a quel finale. Pochi giorni prima di essere ucciso, durante alcuni eventi pubblici e in un’intervista televisiva aveva parlato della sua condizione di «condannato a morte». Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra e sapeva che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime designate. Anche perché si sentiva solo e la solitudine, come era avvenuto per Falcone e anche per il suo vecchio capo dell’Ufficio istruzione Chinnici, equivale a divenire un soggetto facilmente aggredibile da parte di Cosa Nostra.

Per questo sollevare polveroni come quelli sorti intorno alle celebrazioni dell’attentato servono solo a ostacolare le inchieste ancora aperte sulle stragi di Capaci e via D’Amelio e a fare chiarezza sulla regia delle stragi del ’93 che hanno insanguinato l’Italia.

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