Stato islamico
Rinascita in Siria

Sovrastate dall’attenzione quotidiana alla pandemia di Covid, che ha generato in un anno 2,38 milioni di morti nel mondo, alcune notizie di esteri non hanno rilievo, anche quando dovrebbero destare preoccupazione. Una in particolare riguarda la ricrescita e la riorganizzazione dello Stato islamico (Isis), sigla internazionale dello jihadismo che tanti danni e vittime ha procurato in Medio Oriente, siglando attentati anche in Francia, Belgio e Gran Bretagna, dopo aver diffuso pure in Europa la sua ideologia mortifera. La prima cellula dell’Isis nacque in Iraq per opera di Abu Musab al-Zarqawi, ex detenuto nel carcere americano di Abu Ghraib.

Nel suo massimo fulgore i tagliagole islamisti controllavano un territorio a cavallo tra Siria e Iraq diffuso come la Gran Bretagna e abitato da 9 milioni di persone. Così il 29 giugno del 2014, il nuovo leader Abu Bakr al Baghdadi venne proclamato Califfo dello Stato islamico. Sono note le efferatezze compiute dall’organizzazione salafita (branca fondamentalista del sunnismo) contro sciiti, cristiani, curdi e yazidi in Iraq, sciiti, cristiani e curdi in Siria e contro chiunque non si convertisse alla causa disumana del Califfato nelle città conquistate. Con il tempo questa sigla ha perso il consenso popolare dei sunniti in Iraq e grazie a operazioni militari dell’esercito statunitense, curdo e governativo iracheno ha perso terreno nel Paese mesopotamico, mentre in Siria gli uomini fedeli al presidente Bashar Assad e ancora i curdi hanno piegato le ambizioni dell’Isis. Un colpo decisivo arriva il 26 ottobre 2019, quando nel villaggio siriano di Barisha, al Baghdadi viene ucciso nel corso di un raid americano, poi sostituito da Abdullah Qardash, ex generale di Saddam Hussein, anche lui ammazzato poco dopo sempre dagli americani. L’Isis verrà sconfitto militarmente nel marzo 2019 nella sua ultima roccaforte di Baghuz, sulle rive dell’Eufrate nell’Est della Siria.

Tutto finito quindi? Per niente. Le ideologie faticano a morire (in Occidente abbiamo difficoltà a capirlo) e raccolgono nuovi adepti. Il 90% dell’indottrinamento oltretutto avviene via internet, attraverso indirizzi criptati. Così lo Stato islamico rinasce e riguadagna terreno in Siria, sia nella parte centrale del Paese a Ovest dell’Eufrate, zona controllata dalle forze del regime di Assad, che nella parte orientale a Est del fiume, sotto controllo delle milizie curde. Sei mesi fa un rapporto dettagliato dell’analista Gregory Waters, dello «Newsline Institute», avvertiva che la ripartenza dell’Isis sarebbe avvenuta nella Badia, area desertica in mezzo alla Siria punteggiata di piccole città, tra le quali Palmira. Lì un nucleo era rimasto illeso alla resa, lavorando per ingrandirsi. Ora può contare su duemila combattenti suddivisi in una ventina di cellule sparse su un’area molto grande, che si finanziano estorcendo una tassa di protezione alle compagnie di autotrasporti che attraversano la regione (10 mila dollari al mese). Il regime di Damasco li tiene sotto controllo per evitare che si espandano ma l’Isis riesce ad avere libertà di movimento grazie a ufficiali governativi corrotti. Raggiunge le zone curde, dove le milizie sono impotenti: in questa zona si registrano molti omicidi mirati, contro chi lavora nelle forze di sicurezza e contro le famiglie, per indebolire le campagne anti terrorismo e la volontà popolare di resistere. Gli attacchi nel 2020 sono raddoppiati rispetto al 2019. L’anno scorso nella zona di residenza lo Stato islamico ha ucciso 400 militari del regime e un generale russo.

Ma la strategia comunicativa è cambiata: non più pubblicizzazione di attentati e delitti, con foto e filmati, per ritardare così il più possibile l’attenzione internazionale. Converrà accendere le luci sulla Siria: se in dieci anni all’Occidente non sono bastati 384 mila morti (6 mila bambini uccisi o feriti), 11 milioni di profughi (6 milioni interni), 2,45 milioni di piccoli che non vanno a scuola, la rinascita dell’Isis è un grande problema che ci riguarda.

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