Tim, torna lo Stato ma dentro il mercato

ITALIA. Chi legge l’Opas di Poste su Tim come una semplice restaurazione dello Stato imprenditore commette un errore di prospettiva.

Anche in economia la storia non torna mai indietro uguale a se stessa. Semmai ritorna adattata, magari più astuta. Chi oggi legge l’Offerta pubblica di acquisto e scambio di Poste Italiane su Tim come una semplice restaurazione dello Stato imprenditore, commette un errore di prospettiva. Non siamo negli anni Settanta. E nemmeno nei ruggenti Novanta. Nel 1997 chiudeva simbolicamente un’era: spariva il ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni, nato nel 1944, travolto dalla liberalizzazione. Era il sigillo di una rivoluzione: lo Stato in quegli anni si ritirava, vendeva, faceva cassa. La parola d’ordine era una sola: privatizzare.

Non è una marcia indietro

Oggi, trent’anni dopo, accade qualcosa che somiglia a un ritorno. Ma solo in superficie. L’operazione lanciata da Poste — 10,8 miliardi per puntare al controllo di Tim, con l’obiettivo di arrivare al 66,7 per cento del capitale, non è un provvedimento ideologico, anche se avrà necessariamente un avallo politico. Non è una marcia indietro. È una manovra industriale. Se l’operazione andrà in porto, nascerà un colosso da quasi 27 miliardi di ricavi, 150mila dipendenti, una rete capillare che unisce 13mila uffici postali, 4mila punti vendita Tim e decine di migliaia di partner. Una piattaforma integrata che tiene insieme logistica, finanza, assicurazioni, cloud, dati, telecomunicazioni.

Questa non è la vecchia statalizzazione. È un’altra cosa. Negli anni Settanta lo Stato possedeva per gestire. Oggi entra per orchestrare. Allora costruiva conglomerati verticali, spesso inefficienti e protetti (vedasi l’Iri). Oggi cerca di creare piattaforme orizzontali, dove il valore nasce dall’integrazione: dati, identità digitale, servizi.

Tecnologia al centro

È una differenza decisiva. La cosiddetta «PosTim» — se nascerà — non sarà un pachiderma burocratico. Sarà, nelle intenzioni, una «platform company»: una macchina che mette in relazione clienti, servizi e infrastrutture. I 19 milioni di utenti digitali di Poste diventeranno il bacino su cui vendere telecomunicazioni, mentre Tim diventerà la company tecnologica del gruppo. Qui sta il punto: la tecnologia cambia la natura stessa dello Stato imprenditore. Si tratta di governare flussi: dati, pagamenti, identità, sicurezza. Le telecomunicazioni non sono più solo un servizio. Sono un’infrastruttura strategica, come l’energia o la difesa.

Controllo dentro il mercato

L’Italia è uno dei Paesi europei meno consolidati nel settore. Troppi operatori, margini bassi, investimenti difficili. In questo contesto, l’intervento di Poste non è un’anomalia. È una risposta. Ma attenzione: lo Stato non torna padrone. Resta azionista di maggioranza. Questa è la nuova grammatica. Il Tesoro e la Cassa depositi e prestiti manterranno poco più del 50% del gruppo combinato. Non il 100%. Non il monopolio. Un controllo, sì, ma dentro il mercato. Con azionisti privati, con vincoli finanziari, con una logica di rendimento. Anche se l’ultima parola ce l’avrà sempre il governo. È una statalizzazione «light», se vogliamo. Ma ancor più che leggera, è selettiva.

Lo Stato non entra ovunque. Entra dove conta. Poste non compra un’azienda in crisi. Compra un asset che ha già fatto pulizia: debito ridotto, utili tornati, struttura stabilizzata. Non è il vecchio Stato che interviene quando tutto va male, non è più il vecchio volto dell’Iri. È uno Stato che entra quando vede valore. Certo, restano i rischi: l’aumento dell’indebitamento, le autorizzazioni regolatorie, le incognite geopolitiche. In Europa si parla apertamente di «sovranità tecnologica». La globalizzazione non è finita, ma si è fatta più selettiva, più difensiva. Benvenuti nella nuova era.

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