Una guerra ideologica che non si fermerà

Mondo. Non facciamoci illusioni: a nove mesi dall’inizio della presente tragedia, la pace in Ucraina non è affatto dietro l’angolo.

L’unica novità negli ultimi drammatici giorni è che i militari e le intelligence russa e americana sono tornati a parlarsi dopo mesi di preoccupante silenzio. Come dimostra il missile finito in Polonia, il rischio di «incidente» tra Mosca e l’Occidente resta altissimo, tanto che qualcuno ha persino agitato lo spauracchio dell’Apocalisse nucleare. E sempre per rimanere in tema, al pericolo di disastro militare va aggiunto anche quello di carattere civile se si considerano le infinite denunce di bombardamenti a poche decine di metri dai reattori della centrale atomica di Zaporizhzhia.

Le diplomazie slave continuano a non trovare la strada per uscire dal presente vicolo cieco. Anzi comunicano fra loro per ultimatum. Mosca e Kiev pongono l’un l’altra condizioni inaccettabili per sedersi a un tavolo delle trattative. La ragione è semplice: il conflitto russo-ucraino dura dal febbraio 2014 e le tregue, che vi sono state finora, hanno rappresentato una fregatura.

Dal punto di vista della politica interna sia Putin sia Zelensky non sono oggi nella condizione di inserire la retromarcia. Il russo ha visto la sua «Operazione speciale» fare passi falsi a ripetizione e Kherson - l’unico capoluogo di regione, preso sotto controllo dai militari federali in primavera e poi annesso alla Russia in settembre con un referendum, - è tornato nelle mani di Kiev. Il presidente ucraino ha altresì promesso al suo popolo di buttare fuori i vicini invasori e non può fermarsi prima. Altrimenti sia lui che Putin perderanno il potere e non solo la fiducia della gente.

Militarmente la situazione sul terreno è al momento favorevole agli ucraini. La tecnologia occidentale superiore ha costretto i russi alla ritirata e difficilmente i 300mila mobilitati riusciranno a fermare la «reconquista» di Kiev. Troppa la differenza di motivazioni, di addestramento e di armamento. Soltanto il «generale» inverno rallenterà ora le operazioni, mentre Mosca tenterà di riorganizzare le proprie fila. Poi Zelensky lancerà i suoi verso lo strategico crocevia di Melitopol e verso Mariupol, il mare di Azov, preparandosi ad assaltare la Crimea. E allora sì, che saranno dolori! Maggiori degli attuali.

Queste posizioni contrapposte cozzano contro una realtà quotidiana che si fa sempre più pesante e pericolosa. Col passare del tempo le distruzioni in Ucraina aumentano e le sofferenze al freddo della popolazione civile - con poca energia elettrica a disposizione, quasi senza riscaldamento, con la capitale Kiev in molti quartieri senza acqua - accrescono la rabbia per un conflitto il cui termine non si vede proprio all’orizzonte. Le pressioni occidentali su Kiev a scendere a più miti consigli si scontrano con la certezza ucraina che sia arrivato il momento tanto atteso per vincere definitivamente la partita col Cremlino.

Il memorandum di Budapest del 1994, il quale garantiva l’integrità territoriale del Paese slavo in cambio della consegna dell’arsenale nucleare sovietico, è stato violato dalla Russia, firmataria di tale documento per ben due volte negli ultimi 8 anni. Nessuno vuole concedere a Mosca la terza possibilità. E se gli occidentali dovessero ridurre gli aiuti, è certo, che gli ucraini proseguiranno lo stesso le ostilità. A nulla valgono le promesse di ricostruire il loro Paese coi soldi russi congelati all’estero. Questo è un conflitto ideologico: dollari, euro o rubli non smuovono le coscienze. Ed è ormai troppo il sangue già versato.

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