L'Editoriale / Bergamo Città
Domenica 04 Gennaio 2026
Una visione unitaria per il futuro di Bergamo
ITALIA. Ci sono territori che cambiano perché subiscono il cambiamento, e territori che cambiano perché lo costruiscono.
Bergamo appartiene alla seconda categoria. La sua storia economica moderna nasce da una combinazione rara di competenze diffuse e capacità imprenditoriale: una provincia marginale nei grandi flussi commerciali, ma ricca di lavoro artigiano e forza sociale. Per secoli abbiamo esportato manodopera; poi, grazie anche agli investimenti tessili svizzeri, abbiamo costruito un ecosistema industriale strutturato. Un ecosistema che nel tempo si è evoluto, diversificato, dal tessile ai macchinari e alle filiere della meccanica, della gomma, della chimica e della componentistica. Una diversificazione diventata la nostra forza: da subfornitori a partner dei committenti, in una relazione di mutuo scambio tecnologico e produttivo.
Come ha osservato Joel Mokyr, Premio Nobel per l’economia «l’innovazione nasce quando chi produce nuove idee trova chi le sa tradurre in macchine, strumenti e processi»
Questo percorso dimostra che la manifattura, quando è radicata e multispecializzata, genera conoscenza trasversale, abilità professionali, e cultura del miglioramento continuo. Come ha osservato Joel Mokyr, Premio Nobel per l’economia «l’innovazione nasce quando chi produce nuove idee trova chi le sa tradurre in macchine, strumenti e processi». Questa cultura definisce la nostra identità. Bergamo è una delle grandi piattaforme manifatturiere d’Europa: un territorio guida, difficilmente replicabile, ai vertici mondiali grazie alla sua persistenza, capacità di adattamento e visione.
La domanda, quindi, non è se questo modello abbia funzionato: lo sappiamo. La domanda è se saprà reggere il salto che il contesto globale impone. Il nostro continente è chiamato a una trasformazione profonda per restare competitivo e autonomo nelle catene del valore: servono investimenti e decisioni rapide. Ma se fatica a cambiare alla velocità necessaria, la leva più concreta è nei territori industriali partendo da ciò che già esiste e funziona, e che può guidare la transizione valorizzando, senza impoverire, lavoro e coesione sociale. Se vogliamo essere protagonisti di questa trasformazione dobbiamo mettere a fuoco tre driver strategici: persone, governance, innovazione.
Se vogliamo essere protagonisti di questa trasformazione dobbiamo mettere a fuoco tre driver strategici: persone, governance, innovazione.
Persone: non esiste evoluzione senza competenze. La competizione globale non si gioca più solo su costo e capacità produttiva, ma sul livello della formazione tecnica e dell’alta formazione, sulle competenze manageriali e aggiornamento continuo. Serve un sistema educativo sempre più integrato con la vocazione del territorio, dall’università agli Its fino alla formazione permanente.
Governance, intesa come gestione strategica dell’impresa per accrescerne la dimensione. Abbiamo una rete straordinaria di micro, piccole e medie imprese, spesso eccellenti, ma la competizione internazionale premia chi ha massa critica e capacità di investire, altrimenti le ambizioni restano fuori portata. Favorire aggregazioni intelligenti diventa essenziale.
Innovazione, non come parola-ombrello, ma come capacità di mettere in rete laboratori e formazione per orientare la ricerca verso i bisogni reali delle imprese e attuare il trasferimento tecnologico. Avere chiara la direzione mantenendo flessibilità, applicando alla manifattura sempre più automazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale, con attenzione al presidio delle filiere strategiche: dall’aerospace alla difesa, dall’energia al nucleare, fino alle tecnologie per la salute, grazie a centri di ricerca come il «Mario Negri» e a una sanità ospedaliera d’eccellenza.
Una regia unica
Confindustria Bergamo da qualche anno ha scelto di investire in modo strutturale su queste tre priorità mettendo in campo azioni concrete e visione di lungo periodo per rafforzare il territorio e le imprese. Ma oggi serve un salto ulteriore: una regia unica e una convergenza piena tra i grandi attori che da oltre vent’anni creano contenuto e valore, spesso in modo parallelo. L’Università, Confindustria e Kilometro Rosso hanno già dimostrato, con i fatti, la capacità di generare progetti concreti in collaborazione con gli attori istituzionali del territorio. Ne sono un esempio Intellimech, il Joiint Lab, il Digital Innovation Hub, così come il Point di Dalmine con Bergamo Sviluppo.
Ma oggi non basta più convergere «a progetto»: serve uno scatto sistemico capace di dare continuità, visione e priorità condivise. L’attrattività, infatti, non è più un effetto collaterale: è una scelta strategica. Dobbiamo diventare un territorio sempre più desiderabile per imprese che cercano ecosistemi evoluti, per studenti e docenti che vogliono operare dove la formazione tecnica è un valore assoluto, per talenti che vogliono stare in un luogo «cool», bello da abitare, dove far nascere nuove famiglie con qualità sociale, culturale e ambientale.
E allora le riflessioni lette in questi giorni su questo giornale convergono su una conclusione: non è tempo di gare di titolarità né di oasi splendide nel deserto, come ammoniva il rettore dell’Università, Sergio Cavalieri, ma di un disegno condiviso che colleghi le eccellenze e le trasformi in piattaforma. È questo il progetto che ci vede oggi impegnati: perché Bergamo sappia essere più attrattiva, più internazionale, unica. E perché la manifattura avanzata - che qui è storia e identità - continui a essere anche domani la base del nostro sviluppo.
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