Vaccini anti Covid, arma geopolitica

Vaccini anti Covid,
arma geopolitica

In Africa fino a pochi giorni fa solo a 25 persone era stato somministrato un vaccino anti Covid, e tutte in Guinea, su una popolazione complessiva di un miliardo e 260 milioni di abitanti. I dati ufficiali descrivono una situazione della pandemia non preoccupante, che fin qui ha provocato 100 mila morti (il 40% in Sudafrica, lo Stato che ha dato il nome a una delle varianti) e 3,5 milioni di contagiati. Ma in realtà più fonti evidenziano la sottostima dei numeri, dovuta ad una serie di fattori: molti dei 54 Paesi africani, infatti, non possono permettersi di condurre test di massa e non hanno la capacità di raccogliere dati affidabili su positivi e decessi, soprattutto nelle aree remote. A ciò si aggiunge lo stigma associato alla malattia, la mancanza di informazioni e la difficoltà dei contagiati di raggiungere o pagare le strutture sanitarie.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), solo un quarto dei Paesi africani ha la disponibilità finanziaria per una campagna vaccinale adeguata. E anche dove questa disponibilità esiste, ci sono problemi logistici enormi. Ad esempio siringhe appena sufficienti per vaccinare poco più di un terzo della popolazione, così come manca il personale sanitario necessario che inoculi materialmente le dosi. Le previsioni più ottimistiche parlano di un 3% di africani vaccinati entro marzo e di un 20% entro il 2021. Questo accadrà, se accadrà, perché Russia e Cina hanno accettato di fornire dosi del loro vaccino a diversi Stati, a patto che la loro popolazione partecipi in massa alla sperimentazione clinica. Succederà in Kenya, Sudafrica (che ha acquistato anche dosi della «Johnson and Johnson» ), Marocco ed Egitto. Noi vi diamo il vaccino se voi accettate di diventare le nostre cavie, è la linea del pragmatico cinismo brutale di Mosca e Pechino. I due Stati orientali, in particolare la Cina, da tempo hanno messo gli occhi sulle ingenti risorse petrolifere e minerarie del continente. La Russia ha appena impiantato in Libia basi militari, testa di ponte per la penetrazione nell’Africa subsahariana. È la geopolitica dei vaccini, che coinvolge anche altri Stati.

A vantaggio dell’Africa c’è l’età media della popolazione, tra i 16 e i 28 anni, mentre nei cinque Paesi più giovani si aggira intorno ai 15. Il Senegal è uno dei Paesi al mondo che ha contrastato meglio il virus. Eppure il capo dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha lanciato un allarme: «Il mondo si troverà di fronte a un fallimento “morale catasfrofico” se i Paesi ricchi si accaparrano i vaccini a scapito dei poveri», comprendendo l’America Latina. Le nazioni ricche rappresentano solo il 14% della popolazione mondiale ma hanno acquistato il 53% di tutti i vaccini prodotti in Occidente e 40 milioni di dosi sono state somministrate nei 49 Stati a più alto reddito, il 95% in soli 10 Paesi mentre una sola nazione a basso reddito ha ricevuto 25 dosi (la Guinea appunto). Ancora recentemente Papa Francesco ha avanzato una richiesta accorata: «Il divario economico non segni l’ordine di diffusione dei vaccini». Servirebbe la deroga al brevetto per garantire l’accesso non solo ai Paesi africani. Cina e Russia vendono dosi soprattutto a quegli Stati che si sentono «abbandonati». Quelli prodotti da Sinopharm, azienda farmaceutica di proprietà statale cinese, sono già distribuiti negli Emirati arabi uniti e nei Balcani, il vaccino Sinovac ha ricevuto ordini dalla Turchia e dal Brasile, e quello di CanSino, nella fase tre di sperimentazione, da Pakistan e Messico. E Mosca non è da meno: ha ricevuto ordini per 1,2 miliardi di dosi dello Sputnik V. In perfetta linea con l’alone di imperialismo sanitario, il vaccino ha ottenuto l’approvazione per l’uso in Paesi come Argentina, Messico, Bielorussia e Ungheria, mentre in Iran viene già somministrato.

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