Verità scomode sui soldi pubblici
Giovanni Tria, ministro dell’Economia (Foto by Ansa)

Verità scomode
sui soldi pubblici

Se il Def (documento di economia e finanza), atteso questa settimana, fosse una cosa seria, dovrebbe dire tutte le verità sullo stato della nostra economia, anche quelle scomode, ma non sarà così. Più facile che si getti la palla in tribuna, per guadagnare tempo. Un’altra occasione perduta per il ministro Tria, che si trincera dietro il fatto che se cade lui, i mercati la fanno pagare al Paese. Un caso di medico pietoso che fa aggravare il paziente, ingannando i parenti al capezzale: gli italiani tutti, il cui imminente ruolo di elettori non deve essere turbato.

Trattati come bambini, facili da ingannare con altre emergenze presunte. Eppure, qualcosa il Def dovrà pur dire, perché tra un mese parlerà l’Europa e, subito dopo le elezioni, il 5 giugno, potrebbe ripartire il meccanismo delle sanzioni. Serve a poco far finta di niente su come trovare i 23 miliardi compensativi dell’Iva ancora congelata, e rispondere come Di Maio in Tv «non mi faccia entrare nel tecnico». Aggiunti ai circa 5 miliardi di buco che si è creato nel frattempo, siamo già a 28 per il primo calcolo di costi da fronteggiare ad autunno. E tutto senza calcolare le nuove promesse elettorali da finanziare, tipo la flat tax, che da sola costa, in versione mini, almeno 15 miliardi.


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