La Buona Domenica / Valle Seriana
Domenica 01 Febbraio 2026
«Attraverso il dono del midollo ho capito quanto è profondo il legame tra due vite»
LA STORIA. Sopravvissuto a un grave incidente, con il suo gesto Mauro Carrara ha salvato un giovane: «Basta la disponibilità».
«La vita è un arazzo – scrive Isabel Allende – e si ricama giorno dopo giorno con fili di molti colori, alcuni grossi e scuri, altri sottili e luminosi, ma tutti i fili servono». Nella vita di Mauro Carrara, 71 anni, di Albino, si sono intrecciati molti fili: quelli invisibili dell’amicizia, del dono, della solidarietà, e poi quello – concretissimo – che unisce il cielo di Albino e i boschi di Selvino, tenendo sospesa la cabina della funivia, dove ha lavorato per tanti anni. Così ha scoperto, strada facendo, che un imprevisto, un incidente, una malattia possono cambiare direzione alla vita, ma che poi, a volte, bastano una mano tesa e un gesto generoso per cambiare le carte in tavola, come è successo a lui con la donazione di sangue e di midollo osseo.
«Ero donatore di sangue dall’età di diciotto anni – racconta –. Ho smesso solo a 70, nel luglio del 2025. Durante un prelievo, tanti anni fa, mi hanno proposto di aggiungere una provetta per l’iscrizione al Registro nazionale dei donatori di midollo. “Perché no?”mi sono detto, senza pensarci troppo, e ho accettato».
«Ero donatore di sangue dall’età di diciotto anni – racconta –. Ho smesso solo a 70, nel luglio del 2025. Durante un prelievo, tanti anni fa, mi hanno proposto di aggiungere una provetta per l’iscrizione al Registro nazionale dei donatori di midollo. “Perché no?”mi sono detto, senza pensarci troppo, e ho accettato».
È iniziata così, quasi per caso, una storia di impegno che lo ha portato attraverso diverse tappe fino alla donazione effettiva. A offrirgli l’ispirazione, però, sono stati, come spesso accade, alcuni episodi e incontri speciali. Quando era ancora molto giovane, un suo amico ha avuto un grave incidente in moto. «Gli era servita una trasfusione urgente, i medici avevano avuto molte difficoltà a trovare il sangue necessario, e questo aveva messo a rischio la sua vita. La donazione non era così diffusa come fortunatamente accade oggi. In quel momento mi ha colpito la consapevolezza di quanto sia sottile la linea che separa la vita dalla morte. Da allora mi sono riproposto di cogliere qualsiasi occasione mi si fosse presentata per poter aiutare chi si trovava in difficoltà».
Mauro poco dopo è entrato nel gruppo Avis locale. A quei tempi, racconta, i prelievi si facevano nella biblioteca comunale, tra amici, in un’atmosfera molto familiare: «Mi ricordo che per sedersi c’erano delle sdraio simili a quelle da spiaggia. Dopo la donazione ci davano pane e salame per riprendere le forze. Chiacchieravamo e scherzavamo, era anche un bel momento di socialità».
L’incidente
Mauro c’era sempre, con il suo stile concreto e generoso. Per lui esserci era naturale, senza bisogno di dirlo, perché aiutare gli altri era un istinto naturale, inciso nel suo codice genetico. Ha trascorso la sua vita professionale lavorando tra i cavi d’acciaio e i meccanismi
della funivia Albino-Selvino: un posto che ti spinge a conoscere la vertigine del vuoto ma anche a coltivare la fiducia in un sistema che regge tutto. Caposervizio, esperto di sicurezza, sapeva che sui suoi viaggi incombeva sempre un rischio, minimo, calcolato ma reale.
Finché un giorno un incidente ha rischiato di spezzare il filo della sua stessa vita. «Durante alcuni lavori di manutenzione ho battuto violentemente la testa. Ho avuto un arresto cardiaco e respiratorio. Mi sono trovato in fin di vita, mi hanno salvato per un soffio. Da quando mi sono ripreso, ho sempre pensato di essermi salvato perché avevo ancora qualcosa di importante da fare. Ed è stato davvero così. Tre anni dopo, infatti, mi hanno chiamato per la donazione del midollo».
«Durante alcuni lavori di manutenzione ho battuto violentemente la testa. Ho avuto un arresto cardiaco e respiratorio. Mi sono trovato in fin di vita, mi hanno salvato per un soffio»
Ci sono state due convocazioni andate a vuoto prima che arrivasse “quella giusta”: la prima volta, dopo gli screening per la compatibilità, Mauro è stato “scartato” in favore di un altro donatore più adatto. Anche alla seconda chiamata è successa la stessa cosa. C’è stata, però, una terza possibilità: «L’ospedale mi ha telefonato per la terza volta, dicendomi che c’era una persona in attesa, per la quale il mio midollo osseo avrebbe potuto fare la differenza. Ne sono stato felicissimo, perché sapevo bene che tra non consanguinei, la possibilità di abbinamento è solo una su centomila, perciò sempre straordinaria».
La donazione
Mauro ha iniziato per la terza volta l’iter degli accertamenti: «La prima cosa - ricorda - è stato un questionario infinito. Mi chiedevano vita, morte e miracoli, e soprattutto una conferma della disponibilità di donare. Io scherzavo con la dottoressa: le dicevo che non serviva spiegarmi tutto, perché avevo già deciso e non intendevo tirarmi indietro. Avrei saltato volentieri tutta quella trafila burocratica, anche se sapevo che era necessaria».
Prima della donazione, avvenuta per aferesi, con un prelievo delle cellule staminali dal sangue periferico, Mauro ha assunto per una settimana tramite iniezioni un farmaco che ne stimola la produzione: «Questa procedura - chiarisce - non è molto diversa da una donazione di plasma. Il sangue viene prelevato dal braccio sinistro e passa attraverso una macchina che separa le cellule, e viene reimmesso nel braccio destro. Questa procedura si esaurisce in qualche ora e poi si torna a casa. L’ho ripetuta due volte, in giorni successivi, perché avevo prodotto tante cellule staminali. Non ho riportato conseguenze, solo un po’ di stanchezza, niente altro».
Era il 2003 e Mauro aveva 53 anni. Non ha mai voluto porre molte domande ai medici sulla persona che ha ricevuto il suo midollo. «So solo che era giovane. E questo mi basta. Sapere di aver salvato una vita è la cosa più importante, non conta che sia italiana o straniera, uomo o donna, bambino o adulto»
Era il 2003 e Mauro aveva 53 anni. Non ha mai voluto porre molte domande ai medici sulla persona che ha ricevuto il suo midollo. «So solo che era giovane. E questo mi basta. Sapere di aver salvato una vita è la cosa più importante, non conta che sia italiana o straniera, uomo o donna, bambino o adulto. È una persona che aveva bisogno di aiuto, punto». Si ferma un momento, come se rivedesse ancora quella scena a cui nessuno in realtà ha assistito: il sacchetto con il midollo osseo, che parte da un ospedale e raggiunge un corpo sconosciuto. «Pensare che da lì in poi quella persona ha acquisito il mio gruppo sanguigno mi ha colpito tantissimo. Nessuno dei miei tre figli ce l’ha. Il “ricevente” del trapianto invece sì. Un legame forte, quasi di fratellanza, che passa attraverso il sangue».
La famiglia lo ha sostenuto da subito in questa scelta. «Mia moglie all’inizio era un po’ in ansia, è naturale. Ma dopo l’esperienza che avevamo vissuto al momento dell’incidente e tutto quello che ne è seguito, mi ha detto che per una volta valeva la pena di correre un rischio per qualcosa di così bello. Anche i miei figli erano contenti. Sapevano che quella era una cosa che contava davvero». Mauro ha realizzato in molti modi il suo desiderio di stare vicino alle persone in difficoltà: «Ho fatto l’operatore sociale, l’assessore ai Servizi sociali, ho lavorato e mi sono impegnato nel volontariato in tanti ambiti, anche con il gruppo Caritas e la parrocchia. Ma la cosa più bella resta questa, perché la donazione di midollo salva davvero una vita».
Il ricordo di Federica
Sono passati quasi vent’anni, Mauro però prova di nuovo la stessa emozione quando racconta la sua storia: lo ha fatto di recente durante una serata con l’Associazione Federica Albergoni, fondata dal papà della giovane di Albino morta negli anni Novanta a causa di una leucemia fulminante. «Federica – ricorda Mauro – era una compagna di danza di mia figlia. Anche per questo la sua storia mi ha toccato nel profondo. E qualche mese fa, a un anniversario del’associazione, ho incontrato per la prima volta una donna che ha superato una malattia grazie a un trapianto di midollo, e mi sono emozionato moltissimo. Vedere qualcuno che vive grazie a un gesto come il mio è stato impagabile, spero che abbia contribuito a far nascere il desiderio di donare nelle persone che ci hanno ascoltato».
La donazione di midollo, dice, è un gesto che chiunque può fare, se è in buona salute. Le informazioni per iscriversi al registro dei donatori si trovano su www.admo.it: «Non è doloroso donare, né pericoloso, non toglie nulla. Anzi, restituisce molto. L’unico fastidio è un po’ di stanchezza, del tutto trascurabile. Ma poi torna tutto come prima».
Anche i controlli medici successivi sono stati accurati: «Continuano per dieci anni dopo la donazione. Sono sempre stato bene, non ho avuto nessun problema. A dirla tutta, il check up più completo della mia vita l’ho fatto proprio in quella occasione».Nel suo sorriso oggi si coglie la leggerezza di chi si è trovato sospeso a un filo, tra vita e morte, caduta e rinascita, e ha saputo trasformare questa esperienza in dono per gli altri.
Senso di responsabilità
Oggi Mauro ha 71 anni. Non può più donare sangue, per limiti d’età, ma continua a promuovere la cultura della donazione, insieme all’Avis e all’Associazione Federica Albergoni. «Racconto la mia storia ai ragazzi, nelle scuole o nelle serate di sensibilizzazione. Mi chiedono spesso se il prelievo fa male, oppure se ho avuto notizie di chi ha ricevuto il trapianto. La risposta è sempre no, ed è giusto così».
Parla in modo diretto, con semplicità. Ricorda che c’è sempre un filo che mantiene saldi, persino nei momenti più difficili: qualcuno lo chiama speranza, oppure fede. Nel caso di Mauro, quel filo è diventato una possibilità di vita per una persona malata.
Durante il periodo delle visite, arrivava in moto, e un giorno il primario gli ha fatto notare l’importanza di non correre rischi. «Mi ha detto scherzando che aveva bisogno che restassi vivo, e mi sono reso conto che non ci avevo pensato: se mi fosse capitato qualcosa, avrebbe rischiato anche la persona che attendeva il trapianto. Il ricevente, infatti, viene sottoposto a terapie molto invasive per prepararsi. Quella battuta mi ha reso consapevole della responsabilità che mi ero assunto, di quanto fosse profondo il legame fra due vite che dipendevano l’una dall’altra». È in questo scambio che Mauro riconosce il cuore del volontariato.«Credo che aiutare gli altri sia il modo più bello di vivere la propria vita. E non serve fare grandi cose. Basta rendersi disponibili, perché quel giorno in cui qualcuno chiede aiuto per salvarsi, potrebbe toccare proprio a te rispondere».
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