La salute come misura della società desiderata
MONDO. Una recente ricerca della Scuola di Medicina dell’Università di Washington pubblicata sulla prestigiosa rivista «The Lancet Public Health» è pervenuta a un risultato eclatante anche se non del tutto sorprendente.
I ricercatori hanno stimato, nel corso degli ultimi 20 anni, l’aspettativa di vita negli Stati Uniti a seconda dei livelli educativi, distinguendo tre categorie: non diplomati, diplomati e laureati. Le conclusioni sono state due: 1) le differenze tra le tre categorie sono enormi; 2) esse tendono a crescere fortemente nel tempo. In particolare, i non diplomati hanno oggi un’aspettativa di vita di soli 73,5 anni, i diplomati di 77,3 e i laureati di ben 84,2 anni. Rispetto a 20 anni fa, i laureati hanno guadagnato 2,5 anni di aspettativa di vita, i diplomati 0,3 e i non diplomati nulla. La spiegazione degli studiosi è che negli Stati Uniti la maggiore educazione porta a impieghi migliori e meglio pagati e, conseguentemente, la possibilità di accedere alle cure migliori quando necessario.
Le differenze tra Usa e Italia
I dati americani sono stati posti a confronto con quelli italiani dal centro di ricerca Mheo della Statale di Milano, a cui partecipa anche la nostra Università, durante il recente rapporto sull’Università italiana. Ebbene, anche in Italia le differenze esistono ma sono di gran lunga inferiori a quelle americane e, soprattutto, non si amplificano nel tempo. Nello specifico, l’aspettativa di vita alla nascita in Italia oggi per chi raggiunge una laurea è di 84,6 anni; per i diplomati di 84,3, sostanzialmente identica, e per i non diplomati si scende a 81,5 anni. In sintesi, mentre l’America appare la somma di 3 Paesi diversi, l’Italia sorprendentemente si presenta come unita, almeno nella relazione con i livelli di istruzione. Il problema per noi italiani è semmai quello delle forti e crescenti differenze fra regioni e dell’aspettativa di vita in buona salute che fatica a crescere con la semplice aspettativa di vita. Il confronto, in ogni caso, è davvero impressionante se si pensa che è condotto con uno dei paesi più ricchi al mondo.
I dati riflesso della società e del suo modello di welfare
I dati sopra esposti, tuttavia, meritano una riflessione più profonda. Perché essi non sono solo un termometro statistico ma il riflesso di una società e del suo welfare. Tutti noi sappiamo, ad esempio, che gli Stati Uniti sono il Paese delle migliori università in termini di ranking ma lo sono anche delle peggiori, se ci fosse un ranking al contrario. Mentre l’Europa, e l’Italia in particolare, si distinguono per la loro qualità media mancando, salvo eccezioni, di catturare le prime posizioni delle classifiche. Lo stesso vale per i sistemi sanitari, cioè la nostra qualità media è molto ma molto alta, anche se alcune tendenze recenti ci mettono in guardia sul fatto che un Paese che cresce poco come il nostro alimenta differenze nelle possibilità di cura. E qui, chi si oppone a qualunque tentativo di cambiamento ponendo la questione solo in termini di maggiori spese (necessarie ma insufficienti), accetta di fatto la possibile deriva negativa dell’attuale assetto.
Il sistema sanitario italiano
E la situazione americana deve essere sempre presente tutte le volte che attacchiamo il nostro sistema sanitario. Non vi è dubbio, lo ripeto, che la nostra sanità abbia non pochi problemi da affrontare. Ma sarebbe davvero un’altra cosa se tutti partissimo dal risultato a cui siamo pervenuti che è frutto di scelte antiche ma anche di equilibri sottili che vanno preservati. La difesa di questa forma di inclusione è quello che dobbiamo avere come obiettivo anche per il futuro. Un aumento della ricchezza prodotta in termini di Pil sarebbe poca cosa se trasferisse l’idea di una società che si delinea per classi che si possono curare in modo diverso a seconda del censo. La sfida è enorme e non aiutano l’invecchiamento della popolazione, i costi crescenti della ricerca scientifica e dei nuovi ritrovati e la sostenibilità del sistema. Ma si può affrontarla, possiamo dirlo, con un certo orgoglio.
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