Addio a Beppe Savoldi, Mister due miliardi

LUTTO NEL CALCIO. Beppe Gol aveva 79 anni ed è stato uno dei più grandi bomber del calcio italiano: 168 reti in Serie A. Aveva debuttato con l’Atalanta. Fece scalpore la sua cessione dal Bologna al Napoli nel 1975 per una cifra da record.

Nel calcio (che alla lunga aveva vinto la battaglia per strapparlo al basket, l’altra sua grande passione sportiva) aveva realizzato i suoi sogni, quelli di ogni ragazzino che comincia a prendere a calci un pallone. Ma grazie al calcio, soprattutto, Beppe Savoldi –scomparso ieri all’età di 79 anni – aveva realizzato il suo sogno più grande: con i guadagni, oculatamente investiti, di quel mondo dorato dal quale non si era mai lasciato abbagliare, si era comprato un pezzetto di terra ai piedi della Maresana, sul confine fra Ponteranica e Bergamo, dove aveva costruito una casa che gli consentisse di ammirare senza ostacoli la visuale su Città Alta. Lì si era stabilito con la moglie Eliana dopo aver chiuso con il calcio giocato, e lì negli anni si erano stabilite anche le famiglie dei suoi figli (Gianluca,a propria volta ex calciatore, e Guia) con i relativi nipoti. Con i quali, durante la bella stagione, era abituale vederlo giocare in giardino.

Il bomber in campo

Beppe Savoldi, con i suoi gol, ha scritto pagine memorabili per la storia del calcio italiano pur senza mai giocare nelle grandi tradizionali: 168 gol in 405 partite nel massimo campionato con l’Atalanta, il Bologna (in due riprese) e il Napoli, che nel 1975 ne fece il primo calciatore valutato per una somma superiore ai 2 miliardi di vecchie lire, acquistandolo dai rossoblù emiliani per un miliardo e 400 milioni più il cartellino di Sergio Clerici e la comproprietà di Rosario Rampanti. Proprio Clerici, curiosamente, aveva incrociato i suoi destini con quelli di Beppe Gol già sette anni prima, in occasione del trasferimento dall’Atalanta (dove era esploso ventunenne) al Bologna per 175 milioni più, appunto, il cartellino del Gringo brasiliano. Un prezzo scontato di 25 milioni, perché Savoldi era perennemente afflitto da un brutto mal di schiena che alle visite mediche rischiò di far saltare tutto.

L’affare del Bologna

In realtà il Bologna fece un affare, accaparrandosi quello che sarebbe diventato uno dei giocatori più amati dall’esigente piazza rossoblù dallo scudetto del 1964 in poi. Scudetto al quale aveva contribuito in maniera determinante un altro bergamasco, l’ala destra Marino Perani da Ponte Nossa, classe 1939, che adottò Beppe in campo (fornendogli invitanti traversoni per i suoi micidiali colpi di testa) e fuori, facendogli da fratello maggiore. In rossoblù Savoldi vinse due coppe Italia (1969/70 e 1973/74), e fu capocannoniere in Serie A nella stagione 1972/73 con 17 reti alla pari di Rivera e Pulici. Divenne famoso anche per l’episodio accaduto il 12 gennaio 1975 quando ad Ascoli un raccattapalle, Domenico Citeroni, appostato nei pressi di uno dei pali della porta della squadra di casa, respinse un pallone calciato da Savoldi e finito in gol inducendo all’errore l’arbitro Barbaresco di Cormons che fece proseguire il gioco. L’episodio fu svelato dalla moviola della Domenica Sportiva, che qualche settimana dopo invitò in trasmissione il bomber e il raccattapalle. Finì con un sorriso e una stretta di mano, perché il Bologna aveva comunque vinto 3-1 e perché Savoldi era fatto così. Tanto per dire, quando ad Ascoli arrivò ospite la Lazio, Giorgio Chinaglia prese da parte Citeroni e gli disse: «L’avessi fatto a me, ti avrei strozzato».

L’etichetta Mister 2 milairdi

Nell’estate del 1975, il passaggio dal Bologna al Napoli valse a Savoldi l’etichetta di Mister 2 miliardi, anche se i risultati furono inferiori alle ambizioni. L’attaccante di Gorlago entrò comunque nel cuore dei partenopei (ancor oggi è nella ristretta schiera dei più amati dopo l’inarrivabile Diego Armando Maradona) e vinse un’altra Coppa Italia, prima di tornare a Bologna per un’altra stagione (1979/80) e finire travolto dallo scandalo del calcioscommesse che di fatto pose fine alla sua carriera.

Una carriera nella quale la Nazionale ha rappresentato l’unico grande cruccio: solo 4 presenze e una rete (contro la Grecia a Firenze, su rigore, nel 1975) per una serie di congiunture sfavorevoli. Primo, l’aver fatto parte di una generazione straordinariamente prolifica di grandi attaccanti. Secondo: la tendenza dei ct di quegli anni a ragionare per blocchi, privilegiando le grandi tradizionali.

Per lui parlano i numeri, ma parlano, soprattutto, i comportamenti e l’affetto della gente. «Quei valori e quell’amore che - ha postato il figlio Gianluca sui social - hanno sempre costituito la cifra del suo percorso terreno».

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