«All’Ats ci sono più veterinari che medici». Inchiesta Covid, mancata prevenzione nel mirino dei pm

Le carte dell’indagine. Le accuse al dg Giupponi: mascherine introvabili e niente indagini per tracciare i contagi. Zucchi: «Dati usati più per i rimborsi che per le statistiche». Imbrogno: «Smantellò il mio ufficio per motivi politici».

Il 27 febbraio del 2020, quando il Covid in Bergamasca era ufficialmente emerso da 4 giorni e cominciava a prendere la sua letale rincorsa verso il picco della metà di marzo, negli uffici dell’Ats di Bergamo, l’organo cui - sottolineano gli inquirenti della Procura di Bergamo nella loro informativa - fa capo anche la prevenzione per le malattie infettive, le mascherine non erano gradite. Una dipendente, intercettata sulle scale dall’allora direttore sanitario Carlo Alberto Tersalvi (non indagato) si prende una lavata di capo perché ne indossa una.

La donna ci rimane male e il giorno successivo si sente in dovere di inviare al dirigente una mail: «Sono dispiaciuta che la mascherina che indossavo sia stata interpretata come un’insubordinazione. Non ero al corrente che all’interno dell’Azienda vigesse la regola che non si potessero indossare le mascherine, e sono dispiaciuta che ciò che voleva essere uno scrupolo nei confronti della collettività sia stato interpretato alla stregua di una trasgressione».

Quattro giorni prima, nell’affollata riunione di sindaci convocata dall’Ats al centro congressi Papa Giovanni, era toccato a Silvano Donadoni, primo cittadino di Ambivere e medico, sentirsi un marziano: l’unico con la mascherina, e per questo - come mette a verbale Pietro Imbrogno, ex dirigente del dipartimento Prevenzione dell’Ats di Bergamo - «prima rimproverato e poi deriso da Massimo Giupponi», il direttore generale dell’Ats che figura fra gli indagati dell’inchiesta Covid, accusato di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale e rifiuto di atti di ufficio. Atteggiamento, quello di Tersalvi e Giupponi, che stride con la premura mostrata il 22 febbraio dal dg. Paolo Cogliati, direttore amministrativo dell’Ats, in quell’occasione gli scrive via whatsapp: «Per domani tutto ok per ritiro e distribuzione mascherine dal Papa Giovanni ai medici». «Ok le mascherine teniamole per noi in ufficio», risponde Giupponi (ieri sera, interpellato dal nostro giornale ha cortesemente risposto di non aver nulla da dichiarare).

«Emergenza gestita male»

All’Ats di Giupponi viene contestata un’inefficiente gestione dell’emergenza, nella quale rientra pure l’approvvigionamento di strumenti per tracciare o far fronte al contagio e di dispositivi di sicurezza individuali, prime fra tutte quelle mascherine che all’alba della pandemia irritavano chi era chiamato a procurarle. Il risultato è che ospedali e medici di base si sono trovati a combattere senza armi e a districarsi tra informazioni generiche. «Mi dicono che in provincia di Bergamo i medici di medicina generale che siano definiti come “contatto stretto” hanno avuto indicazione da Ats di continuare a lavorare in contatto con gli assistiti (in attesa di tampone che però di fatto risulta impossibile effettuare). Questa procedura mette a grave rischio i cittadini. Urge un tuo intervento», protesta con Giupponi via whatsapp il 27 febbraio 2020 il presidente dell’Ordine dei medici bergamaschi Guido Marinoni. Che subito dopo aggiunge: «Ovviamente parliamo di “contatto stretto” in assenza di protezioni individuali (che continuano a mancare in larga parte della provincia)».

Marinoni è vissuto come un pungolo dal dg dell’Ats. «Carlo, verifica se domani mandiamo ai medici di medicina generale mascherine, e se le distribuiamo avvisa Marinoni così non spande m... domani in Regione», scrive Giupponi il 2 marzo 2020 in una chat aziendale.

Grave, per chi indaga, è la mancanza di indagini epidemiologiche, «non ancora completate», si legge nell’informativa, «il 25 febbraio», e cioè due giorni dopo i primi casi scoperti all’ospedale di Alzano. Mancanze dovute a una serie di fattori, tra cui le maglie inizialmente troppo larghe della rete stesa per intercettare il virus. Dal 13 al 22 febbraio al pronto soccorso di Alzano si presentano almeno 5 pazienti con sintomi da polmonite e insufficienza respiratoria acuta. Non vengono tamponati perché le indicazioni ministeriali all’epoca prevedono il test solo per chi ha avuto contatti con la Cina o con mercati di animali vivi. Solo dopo il primo contagiato di Codogno si procede agli esami e si scoprono i positivi. Ma, si legge nell’informativa, «non risulta che Ats Bergamo abbia iniziato immediatamente il contact tracing (la mappatura dei contatti con i contagiati, ndr) per conoscenti e familiari». Gli investigatori hanno sentito a verbale una dozzina di parenti che erano in visita a degenti positivi all’ospedale di Alzano il 23 febbraio e in pochi hanno detto di essere stati contattati dall’Ats per la quarantena, una volta lasciato il presidio ospedaliero. E in qualche caso, ha spiegato Imbrogno, le telefonate di monitoraggio partite dall’Ats non hanno trovato risposta.

Alberto Zucchi, responsabile del Servizio epidemiologico dell’Ats, ai pm ha dichiarato che «i dati di routine su cui Ats lavora non sono mai in tempo reale, in quanto gli ospedali inviavano le Sdo (schede di dimissione ospedaliera, ndr) un volta al mese alla Regione. Tali dati venivano validati e restituiti all’ospedale e inviati nuovamente alla Regione affinché questa provvedesse alla remunerazione delle attività. Una volta che il dato era corretto la Regione lo inviava all’Ats. Il flusso quindi aveva prettamente una causale economica e amministrativa, non proprio statistica». Passavano, ha precisato Zucchi (non indagato) agli inquirenti, anche due mesi prima che i dati arrivassero all’Ats. Da maggio 2020 si è però corsi ai ripari, istituendo una procedura più snella, e giornaliera.

«Prevenzione smantellata»

Così, l’incremento del 30% di pazienti con sindromi respiratorie che s’era registrato nel febbraio 2020 nella zona di Alzano e Nembro è stata scoperta, per così dire, involontariamente. «So che è stato fatto uno studio postumo dal servizio epidemiologico in risposta all’interpellanza del dott. Carretta (Niccolò, consigliere regionale, ndr) - ha detto ai pm Imbrogno -. Sì, non è normale che il mio ufficio non abbia ricevuto notizie in tal senso». «Giupponi ha di fatto smantellato l’Ufficio prevenzione per questioni di natura politica?», gli hanno chiesto gli investigatori risentendolo come persona informata sui fatti il 31 maggio 2021. «Certamente sì - ha risposto Imbrogno - (...) Nel 2019, col suo arrivo, pur essendo già in difficoltà, abbiamo perso altre 20 persone». «Le risulta che in Ats vi siano ancora oggi più veterinari che medici, circa 50 contro 30?», è la domanda dei pm. «Direi che oggi il rapporto è addirittura peggiorato a favore dei veterinari», ha precisato l’ex dirigente della Prevenzione.

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