Cesvi, «una finestra sul mondo» per conoscere e capire l’attualità tra crisi e guerre
LA RASSEGNA. A Bergamo tre incontri l’8, il 15 e il 22 maggio con esperti e cooperanti
«Non possiamo più far finta di niente. La situazione internazionale non ce lo consente». Stefano Piziali, direttore del Cesvi (Cooperazione e Sviluppo) ne è sicuro. «Se apriamo la finestra di casa nostra e vediamo un appartamento che va a fuoco o un palazzo che crolla, ci preoccupiamo», allo stesso modo dobbiamo preoccuparci per le situazioni di tensione e crisi globale: conoscere e capire, dunque informarsi su quel che accade a centinaia di chilometri di distanza da casa nostra.
Una necessità attuale
Non è un puntiglio ma una necessità: «Dobbiamo imparare a vivere il nostro tempo». Per capire i fatti che stanno animando la nostra realtà, le crisi e le guerre sempre più presenti nel contesto globale, il Cesvi ha organizzato un ciclo di incontri intitolato «Cesvi Talk: una finestra sul mondo», con il patrocinio de L’Eco di Bergamo. Per tre venerdì di maggio (8-15-22) al Cineteatro Lottagono in piazzale San Paolo a Bergamo, che collabora all’iniziativa, si terranno incontri e dibattiti che saranno l’occasione per illuminare degli argomenti che hanno «conseguenze geopolitiche importantissime» (è consigliata la prenotazione alla mail [email protected]). Quel che il Cesvi vuole presentare alla cittadinanza è un dialogo con e tra professionisti dell’informazione, della cooperazione, della scienza politica nonché del territorio in cui l’organizzazione insiste. Si partirà l’8 maggio prossimo con Paolo Magri (presidente del comitato scientifico dell’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale) che condividerà il microfono con operatori di ritorno da esperienze sul campo in Ucraina e nella Striscia di Gaza, nonché col direttore del Cesvi. Insieme, si confronteranno su geopolitica e crisi umanitaria. Il 15 maggio sarà la volta di Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, che dovrà confrontarsi con realtà associative del territorio (Caritas, Fondazione comunità bergamasca, Istituto Mario Negri) per analizzare i dati della solidarietà internazionale a partire dall’Italia e da Bergamo. Chiuderà la rassegna, il 22 maggio, il panel della giornalista Ilaria de Bonis che terrà assieme ad operatori e operatrici del Cesvi in collegamento dall’Etiopia e dal Sudan. Tutti e tre gli incontri saranno presentati, moderati e coordinati da Andrea Valesini, caporedattore de «L’Eco».
Conoscere per deliberare
«Per noi la geopolitica è pane quotidiano - ha dichiarato il direttore Piziali - lo è diventata anche per tanti cittadini italiani che si sono approcciati superficialmente alle notizie internazionali». Ma il disinteresse in questo caso non c’entra: è piuttosto un fattore di incomprensione della vicinanza di quei fatti. Per molto tempo s’è comunemente ritenuto «che fossero temi che non avrebbero riguardato il nostro Paese da vicino».
Lo scoppio dell’ulteriore conflitto, scatenato da Usa e Israele nei confronti dell’Iran, l’uso della forza per regolare questioni internazionali, con conseguenze ancora incalcolabili sulla popolazione civile, sta lì a dimostrare il fragile equilibro internazionale che regola, ad esempio, rincari dei prezzi e penuria di carburante in occidente. «Il Cesvi è in una posizione privilegiata» per parlare di crisi globali, di conflitti e di solidarietà internazionale, perché, spiega Piziali: «siamo sempre stati coinvolti all’interno di situazioni di fragilità e di conflitto». I numeri lo dimostrano: «il 70% delle nostre attività è in contesti di crisi».
Venezuela, Sudan, Uganda ma anche Etiopia, Palestina, Libia, Myanmar, Libano e Afghanistan sono solo alcuni degli stati del mondo in cui il Cesvi è presente. A cui, Piziali ci tiene a sottolineare, mancherebbe l’Iran: «stiamo riattivandoci per fare in modo di tornare ad esserci». Nei contesti di crisi che si esamineranno nel corso del «Cesvi Talk» si darà anche spazio a quello che è definito «domicidio», cioè la distruzione deliberata di abitazioni civili. A partire dalla Seconda guerra mondiale, passando per le guerre del Novecento, i civili sono stati coinvolti tra le parti in causa. Oggi lo sono più che mai. «Distruggere le abitazioni civili in quanto tali», spiega Piziali, «serve a creare rifugiati, sfollati e situazioni di tensione». Un’arma ulteriore ad opera di chi attacca: «come si è verificato nel passato con la fame e la sete». Che fare, dunque? «Combattere la rassegnazione»: è l’unica strada percorribile per vivere questo nostro tempo.
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