Dipendenza dai social, isolamento estremo per 1.400 ragazzi

IL FENOMENO. Avanza anche nella Bergamasca l’Hikikomori. Biffi (Ats): disagio interiore in aumento tra i giovanissimi. Su L’Eco di Bergamo in edicola sabato 15 aprile l’approfondimento di due pagine.

La definizione viene da lontano, dall’Estremo Oriente: hikikomori, in pratica «ritirarsi». Ma oltre la scorza del linguaggio esterofilo c’è un fenomeno molto più vicino di quanto si pensi, la cui concretezza si osserva anche qui, tra i giovanissimi italiani e anche bergamaschi. Perché nel fiorire dell’adolescenza c’è chi s’avvita attorno a un sentimento opposto: tronca i contatti con i coetanei, spezza i legami sociali, si chiude in se stesso. Si chiama «ritiro sociale», e tecnicamente, così come lo definisce l’Istituto superiore di sanità (Iss), è la «tendenza a chiudersi per diversi mesi (almeno 6) nella propria camera, senza mai uscire».

Proprio l’Iss ha provato a calcolare l’incidenza del fenomeno, segnalando che riguarda l’1,8% degli studenti delle scuole medie e l’1,6% di quelli delle superiori. Il dato è condensato in uno studio da poco pubblicato – il primo nel suo genere – e dedicato alle «Dipendenze comportamentali nella Generazione Z»: proiettando questa stima sul contesto locale, gli hikikomori bergamaschi potrebbero essere circa 600 tra gli studenti delle scuole medie (gli alunni di questo ciclo sono in totale 34.500) e altri 800 alle superiori (dove si contano complessivamente 50mila alunni), cioè 1.400 in tutto. Una comunità invisibile, eppure in crescita.

Reale e virtuale

È un isolamento reale, tangibile, circoscritto nel perimetro strettissimo di una stanzetta, in cui l’unica relazione umana è veicolata da Internet. La navigazione, i social, le chat. Nei casi più estremi non c’è nemmeno quello, ed è il vuoto a riempire la totalità del tempo. Il disagio giovanile è un fenomeno sempre più sfaccettato, in cui s’attorcigliano vecchie e nuovi problemi. Tra le tematiche più scandagliate c’è quella dei social e della rete: un altro studio recente, l’Health Behaviour in School-aged Children condotto in Italia sempre dall’Iss e inserito in un coordinamento europeo, stima per esempio che il 12,7% degli adolescenti lombardi faccia un «uso problematico dei social media» (la media italiana è del 13,5%, l’incidenza è maggiore al Sud che al Nord).

Ma sono temi, quelli del ritiro sociale e dei social, «da inserire nella visione d’insieme del disagio adolescenziale», premette Luca Biffi, responsabile della Struttura Prevenzione delle dipendenze dell’Ats di Bergamo. «La più recente indagine dell’Iss – prosegue Biffi – mostra alcuni indicatori di disagio della popolazione adolescenziale che vanno a prendere delle forme diverse: in alcuni casi si tratta del ritiro sociale o del gaming (la dipendenza dai videogiochi, ndr), in altri il fumo, la cannabis o i comportamenti alimentari. Se uniamo le diverse sfaccettature, cogliamo indicatori diversi di una situazione di disagio che è presente nel mondo giovanile. C’è un tema di fondo: le difficoltà che oggi i ragazzi sentono sempre più crescenti. C’è un disagio interiore in aumento, legato all’ansia, alla perdita di fiducia nel futuro, alla mancanza di prospettive, allo stress per soddisfare le aspettative. Col Covid, questi segnali sono aumentati».

Un barometro è l’attività degli sportelli psicologici della rete delle scuole che promuovono la salute: il 20% di chi si rivolge a questa consulenza segnala un disagio interiore, il 18% un disturbo d’ansia, il 15% dei disturbi familiari; nel 16% dei casi, c’è la necessità di essere inviati ai servizi territoriali per la presa in carico. Nell’analisi dell’Iss scorre anche in filigrana una «scarsa percezione del problema», tranne che per un aspetto: per il gaming, cioè l’abuso di videogiochi, c’è addirittura una «sovrastima» del problema da parte dei genitori. «Il gaming è un fenomeno molto più evidente degli altri – ragiona Biffi –, perché un ragazzo si chiude nella stanza davanti alla consolle e si estranea in maniera più facile da notare. Altre problematiche sono invece meno visibili, e così sembrano scivolare via. È necessario un primo livello di attenzione da parte degli adulti».

La prevenzione

Per invertire la rotta da «rimettere al centro il tema del benessere», sottolinea l’esperto di Ats. In Bergamasca sono diversi i progetti in campo, con una fitta rete di dialogo tra istituzioni, a partire dalle scuole. «Serve stimolare e rafforzare negli adolescenti le “abilità di vita”, anche con metodi innovativi – prosegue Biffi –. In “Giovani spiriti” (uno dei progetti promossi in provincia di Bergamo, ndr), ad esempio, c’è un modulo dedicato ai social, secondo un metodo che parte dal coinvolgimento e dalla formazione dei docenti che poi lavorano con gli studenti. Ciò che è importante è la continuità del percorso e lavorare proprio sulle abilità di vita, dopodiché fare un affondo su alcuni contenuti specifici».

Cosa si può fare quando la dipendenza da social diventa un tunnel o quando un giovane imbocca la strada del ritiro sociale? «Queste sono situazioni complesse che non si verificano per caso. È importante lavorare sulla situazione nel suo complesso, cioè anche sul contesto familiare – conclude Biffi –. È importante che ci sia una presa in carico da parte di un servizio consultoriale o di secondo livello. Sono situazioni che non si risolvono rapidamente e che vanno seguite con attenzione».

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