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Ground Zero, 25 anni dopo: «Non si sgretolarono soltanto le Torri Gemelle. Anche il mondo cominciò a sfaldarsi»
L’INTERVISTA. Parla Paolo Magri (Ispi): «Dopo l’attentato al cuore dell’America è cambiato radicalmente il confine tra libertà e sicurezza».
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L’11 settembre 2001, il giorno che ha sconvolto l’America e che ha cambiato il corso della storia. Ma in che modo e in quali termini? Venticinque anni dopo, nell’età dell’insicurezza e dell’incertezza, Paolo Magri – presidente del Comitato scientifico dell’Ispi di Milano, fra i più autorevoli Centri studi di geopolitica – rilegge quella tragedia fra ieri e oggi.
Quale mondo era quello del 2001 che assistette all’attacco dell’11 settembre?
«L’America, uscita vincitrice della Guerra Fredda, viveva con G. W. Bush il suo “momento unipolare” da potenza egemone; la Russia del nuovo presidente Putin era ancora alle prese
con il caos della disintegrazione politica ed economica dall’Unione Sovietica, mentre la Cina stava avviando la sua grande crescita. Prevaleva la fiducia che globalizzazione e democrazia avrebbero reso il mondo più uguale. Anche l’Europa viveva un momento di particolare ottimismo: preparava l’allargamento a Est e l’arrivo materiale dell’euro, previsto per il gennaio 2002. Le crisi del momento erano soprattutto regionali: la seconda Intifada in Medio Oriente, i Balcani non ancora del tutto pacificati, la Cecenia, l’Afghanistan dei Talebani. L’11 settembre iniziò ad infrangere fiducia e certezze».
L’11 settembre colpisce, quindi, l’America proprio nel momento della sua massima potenza. Che cosa scoprono gli Stati Uniti quel giorno su sé stessi?
«L’11 settembre cambia anzitutto la percezione che l’America ha di sé. La potenza egemone – senza veri rivali globali – scopre improvvisamente la propria vulnerabilità, dentro casa a New York e a Washington. La sicurezza diventa la priorità: si approva una nuova legge antiterrorismo, nasce il Dipartimento per la sicurezza domestica, si rafforzano controlli e sorveglianza. Anche l’economia si adegua, con enormi risorse destinate a sicurezza e difesa: le stime più ampie parlano di oltre 8 mila miliardi di dollari fra impegni legati alla guerra e spese per la sicurezza domestica».
La risposta americana è la «guerra globale al terrorismo». Venticinque anni dopo, possiamo dire che quella guerra sia stata vinta?
«Bush la chiama addirittura “Guerra al terrore” (War on terror), indicando l’obiettivo ambizioso di eliminare il terrorismo come minaccia globale. Venticinque anni dopo possiamo dire che la guerra contro Bin Laden e al-Qaeda è stata vinta, come pure quella contro il Califfato territoriale dell’Isis nato successivamente. Ma il terrorismo jihadista non è affatto scomparso: si è frammentato e spostato in Africa e Asia e minaccia Paesi e intere regioni».
Quanto gli errori commessi dopo l’11 settembre hanno contribuito a cambiare il ruolo dell’America nel mondo?
«Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 Biden invitò Israele a “non fare gli errori che fece l’America dopo l’11 settembre”: a non farsi accecare dalla rabbia, a non credere nella mera risposta militare, a non illudersi di poter trasformare i Paesi. Credo che queste parole del presidente Biden rendano in modo chiaro la serie di errori compiuti dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Le guerre in Iran e Afghanistan – lunghe, costose, inconcludenti – hanno alimentato stanchezza interna per le “endless wars” (le guerre senza fine) ed eroso credibilità e soft power americani. Da quegli errori è uscita un’America tuttora riluttante a grandi interventi militari terresti; un’America ancora egemone e formidabile ma con le prime crepe sulla capacità e volontà di guidare il mondo».
La guerra contro l’Iraq è un punto essenziale: come valuta l’aperta contestazione della Francia gollista e della Germania socialdemocratica?
«L’opposizione alla guerra da parte di Francia e Germania – mentre Regno Unito, Spagna, Italia e parte dell’Europa orientale seguivano Bush – è forse la crepa più immediata ed evidente della leadership egemone americana. Appena 18 mesi dopo la grande solidarietà dell’11 settembre, l’Occidente si spacca e la Nato, proprio perché divisa, non partecipa come organizzazione all’invasione dell’Iraq».
C’è poi un cambiamento interno. Come si passa dall’America straordinariamente unita dell’11 settembre all’America profondamente divisa di oggi?
«L’11 settembre unisce inizialmente gli americani attorno al “nemico esterno” con Bush che sfiora il 90% dei consensi. Ma questa unità dura poco. Gli errori in Iraq e Afghanistan, come pure gli orrori di Guantanamo, erodono gradualmente questa coesione. Ma sulla polarizzazione di oggi – con un’America divisa anche su chi sia il nemico – pesano la crisi finanziaria del 2008 e l’aumento della sfiducia nelle élite; globalizzazione e deindustrializzazione, con vincitori e perdenti; l’avvento dei social media e la frammentazione dell’informazione. E infine Trump, che non crea queste fratture ma le interpreta, le amplifica e le porta al centro della politica».
Se nel 2001 la minaccia era il terrorismo islamista, qual è la principale minaccia percepita dall’America e dall’Occidente un quarto di secolo dopo?
«Il terrorismo non è scomparso come minaccia, ma non è più la determinante primaria delle strategie americane. Il baricentro si è spostato sulla competizione fra grandi potenze, soprattutto la Cina. È una minaccia molto sentita dall’opinione pubblica – il 42% degli americani mette Pechino al primo posto - ed è una minaccia molto più seria del terrorismo: la Cina rappresenta infatti il primo rivale sistemico dell’America, in grado di competere contemporaneamente sul terreno economico, strategico e militare. Un rivale profondamente integrato nell’economia mondiale a differenza dell’Unione Sovietica della Guerra Fredda».
Quanto del Medio Oriente di oggi può essere ricondotto alle conseguenze dell’11 settembre?
«L’11 settembre non ha creato il Medio Oriente di oggi, ma certamente le risposte americane all’ 11 settembre - in primis il conflitto iracheno - hanno rotto l’equilibrio, il fragilissimo equilibrio del Medio Oriente di allora. Ha indebolito l’Iraq aprendo la strada alle forze sciite; ha rafforzato l’Iran; ha alimentato il nuovo jihadismo e il settarismo in molti Paesi della regione proprio mentre gli Stati Uniti diventavano sempre più riluttanti ad intervenire. Venticinque anni dopo, alcuni protagonisti dei conflitti sono cambiati ma la struttura regionale nella quale si muovono è ancora figlia di quelle decisioni».
Ma la trasformazione più grande è forse avvenuta altrove: nel 2001 l’America dominava il sistema internazionale, oggi deve fare i conti soprattutto con la Cina. È questa la vera storia geopolitica di questi 25 anni?
«Possiamo certo dire che la più grande trasformazione di questi ultimi 25 anni non è avvenuta nella regione – il Medio Oriente – dove l’America concentrava le sue attenzioni politiche e militari ma altrove. Mentre Washington combatteva la “guerra al terrore” in Afghanistan e Iraq, la Cina entrava nel Wto (Organizzazione mondiale del commercio) e iniziava la straordinaria ascesa economica che portava un Paese, che era allora solo la sesta economia mondiale, a diventare oggi l’unico vero concorrente sistemico degli Stati Uniti».
L’11 settembre ha cambiato anche la vita quotidiana di milioni di persone. Che cosa, di quel cambiamento, è ormai diventato così normale che quasi non ce ne accorgiamo più?
«Dopo le Torri Gemelle è cambiato radicalmente il confine tra libertà e sicurezza e abbiamo accettato di essere più controllati per sentirci più sicuri. Quel mondo è rimasto: ogni volta che togliamo la cintura ad un controllo aeroportuale, passiamo davanti a una telecamera o entriamo in un luogo protetto da barriere antiterrorismo, viviamo ancora nel mondo costruito dopo l’11 settembre. Ciò che allora sembrava eccezionale è diventato la norma».
Qual è allora l’eredità più profonda dell’11 settembre: il terrorismo, le guerre che ne seguirono o la fine di una certa idea del mondo?
«Più che il terrorismo, che oggi sembra meno centrale, o le guerre, credo che l’eredità più profonda sia quella di aver aperto una lunga stagione di disillusione americana che ha prodotto prima la riluttanza di Obama, poi sostenuto l’avvento del trumpismo. L’11 settembre non ha certo creato il mondo di oggi, ma è il momento in cui il mondo guidato da un’unica superpotenza ha cominciato a sgretolarsi: è stato l’inizio di un lungo percorso verso il disordinato “liberi tutti” dei nostri giorni».
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