I 60 anni dell’alluvione di Firenze, l’avvocato Tacchini: «Io, angelo del fango, fu un’esperienza di fratellanza»

L’ANNIVERSARIO . Il ricordo di Tacchini, all’epoca giovane studente: «Scene da fine del mondo, ma volevamo aiutare e ci siamo sentiti come eroi»

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A 60 anni di distanza dall’alluvione il ricordo di quella devastazione è ancora vivo. Ma accanto alle immagini di una Firenze sommersa dal fango, nella memoria dell’avvocato bergamasco Ettore Tacchini resta soprattutto l’orgoglio di aver dato una mano. E la sensazione, vissuta allora da ragazzo, di «essere parte di qualcosa di grande»: «Fu una straordinaria esperienza di fratellanza, solidarietà e comunanza - ricorda Tacchini, poi presidente dell’Ordine degli avvocati di Bergamo -. Sono orgoglioso di essere stato un angelo del fango e aver contribuito a salvare la città. Eravamo ragazzi, avevamo entusiasmo, energia e voglia di aiutare. Ci sentivamo eroi. Abbiamo portato una ventata di freschezza e impegno. Siamo tornati a casa più consapevoli della forza devastante della natura, ma soprattutto di quanto possa essere importante il sostegno umano. Firenze ci ha fatto sentire utili. E quell’orgoglio non mi ha mai abbandonato».

«Una città devastata»

Nel 1966 Tacchini aveva 23 anni ed era uno studente di giurisprudenza all’Università Pavia. Pochi giorni dopo l’alluvione del 4 novembre partì per Firenze su una corriera piena di studenti desiderosi di rimboccarsi le maniche.

«Tiravamo fuori volumi meravigliosi, diventati mattoni di fango. La forza della natura era stata spaventosa»

«Non abbiamo esitato un attimo, volevamo aiutare. Al nostro arrivo abbiamo visto la fine del mondo, la città era ancora devastata,il fango aveva raggiunto anche un metro e mezzo e negli scantinati aveva travolto ogni cosa». Il gruppo fu destinato alla Biblioteca nazionale, dove c’era da recuperare il patrimonio librario. «Abbiamo lavorato per giorni, senza sosta. Usavo gli stivali da caccia di mio padre. Tiravamo fuori volumi meravigliosi, diventati mattoni di fango. La forza della natura era stata spaventosa, ricordo libro incastrati al soffitto. Si lavorava senza guardare l’orologio, coperti di fango. Dormivamo nei dormitori senza neppure spogliarsi e mangiavamo nelle cucine militari».

«Vicinanza fraterna»

Giorni di fatica e solidarietà. «C’erano mezza Italia e mezzo mondo. Ricordo una ragazza neozelandese, la figlia adottiva di Togliatti, studenti, militari, il sindaco Bargellini, persone di ogni provenienza. C’era grande unità. La sera, finito in Biblioteca, scendevamo in strada ad aiutare i cittadini, spesso gente poverissima. Si era creata una vicinanza fraterna». Tra gli incontri rimasti impressi c’è quello con Giorgio La Pira. «Lo vedemmo arrivare con i sandali, con un atteggiamento umile, impegnato ad aiutare. Mi commosse. Ricordo le amicizie cementate in quei giorni, come quella con Ugo Guerra, futuro primario di medicina nucleare all’ospedale di Bergamo. Il nostro gruppo si era autonominato Brigata Ho Chi Minh. Quando oggi sento parlare di alluvioni, capisco davvero cosa significhi. E quando vedo le fotografie di quei giorni mi emoziono ancora».

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