Il piccolo Pietro accudito all’ospedale di Bergamo. «La sua mamma è stata coraggiosa e generosa»

LA STORIA. Il bimbo affidato alla Culla per la Vita di Loreto è in buone condizioni: «Monitoraggio costante». Il Centro di aiuto alla vita: «Una scelta di amore con la “A” maiuscola, è sbagliato giudicare la madre».

La notizia più bella arriva dall’ospedale Papa Giovanni XXIII, dove sta seguendo una cura a base di coccole, premura e tanta discrezione. Pietro, il bimbo di pochi giorni che domenica mattina è stato accolto nella Culla per la Vita presso la Croce Rossa a Loreto, «sta bene», a testimonianza di un sistema di assistenza che funziona in maniera tempestiva.

Le sue condizioni generali sono buone e stabili. Continua ad essere assistito con la massima attenzione e professionalità»

Dal reparto di Patalogia neonatale trapela poco, a tutela del piccolo e della scelta di anonimato fatta dalla mamma. Ma i segnali sono positivi e in questa delicata fase è tutto ciò che conta: «Il bambino sta bene - confermano dall’Asst Papa Giovanni XXIII -. È costantemente monitorato dal personale sanitario, ha trascorso la notte (di domenica su lunedì ndr) tranquillo, senza particolari criticità. Si è alimentato regolarmente e ha risposto in modo positivo alle cure ricevute. Le sue condizioni generali sono buone e stabili. Continua ad essere assistito con la massima attenzione e professionalità».

Tra amore e dolore

La storia di Pietro, che intreccia la sofferenza del distacco e la forza di una vita appena sbocciata, ha fatto il giro d’Italia ed è entrata subito nel cuore del personale dell’Asst Papa Giovanni, dove si respira la carica di umanità e responsabilità nei confronti del bimbo. A far commuovere è stato in particolare il biglietto lasciato nella Culla e scritto verosimilmente dalla mamma dedicando al piccolo parole di amore e cura, seppur nella sofferenza del momento: «Ti auguro una vita piena di gioia e di serenità che in questo momento non ti possiamo dare. Ma sei stato amato. Ti amo tanto», si legge nel testo scritto un po’ al singolare e un po’ al plurale, come a coinvolgere anche un’altra persona, magari il papà del bimbo.

Dieci giorni per ripensarci

La mamma naturale ha dieci giorni di tempo per ripensare alla sua decisione. Trascorsi i termini previsti dalla legge, il piccolo diventerà adottabile

Nelle scorse ore, trapela dalla rete sociale che sta seguendo la vicenda, sono già arrivate le prime telefonate con richieste di adozione di Pietro. La mamma naturale, è bene ricordarlo, ha comunque dieci giorni di tempo per ripensare alla sua decisione. Trascorsi i termini previsti dalla legge, il piccolo diventerà adottabile. Proprio nei confronti della mamma sono arrivate parole di attenzione da parte dell’ospedale: «Qualora ne sentisse il bisogno, potrà rivolgersi alla struttura in qualsiasi momento - hanno spiegato dall’Asst -. Le saranno assicurate accoglienza, ascolto e ogni supporto sanitario e umano nel massimo rispetto della sua tutela».

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La Culla per la Vita a Loreto dal 2019

Per la seconda volta dal 2019, da quando è stata trasferita dal monastero Matris Domini di via Locatelli, la Culla per la Vita di Loreto si è confermata come un presidio prezioso nell’emergenza, capace di salvare una vita ed evitare una tragedia. Viene garantito un accesso anonimo e sicuro, dal momento in cui viene deposto il piccolo scatta un alert che dà il via al protocollo e consenta l’assistenza immediata al neonato.

Il Cav: «Ogni anno seguiamo oltre duecento donne il primo impegno è offrire vicinanza, ascolto, accompagnamento e aiuti concreti, sempre nella massima discrezione»

Tra le associazioni coinvolte nel progetto c’è anche il Centro di aiuto alla vita: «La mamma di Pietro ha fatto un gesto di grande coraggio e generosità, una scelta di amore con la “A” maiuscola e nessuno deve permettersi di giudicare - spiega la presidente del Cav di Bergamo, Lorena Zini -. Come associazione in prima linea insieme al Movimento per la Vita, all’Associazione Donne Medico e in collaborazione con la Croce Rossa, crediamo fermamente nel progetto della Culla per la Vita e continuiamo a garantire supporto continuo, dalla disponibilità ad accogliere un eventuale ripensamento della madre fino all’assistenza a 360 gradi nella varie fasi. Ogni anno seguiamo oltre duecento donne il primo impegno è offrire vicinanza, ascolto, accompagnamento e aiuti concreti, sempre nella massima discrezione. La Culla va benissimo, è una possibilità concreta e sicura ma rappresenta un’estrema ratio. La riservatezza è garantita. Ma la scelta da privilegiare è il parto in anonimato in ospedale, perché garantisce la massima tutela sia per la donna, sia per il bambino. In questo modo la mamma può partorire assistita da specialisti, evitando rischi. Purtroppo - constata la presidente del Cav - è una modalità non ancora molto diffusa sul territorio, serve farla conoscere il più possibile e noi ci stiamo impegnando in questa direzione, insieme alla rete sociale e solidale che da sempre caratterizza la Bergamasca a più livelli».

«Prediligere il parto anonimo»

In ospedale, infatti, la madre può affrontare il parto in un contesto protetto, assistita dal personale sanitario e con tutte le garanzie mediche necessarie. Al tempo stesso, la legge le consente di non riconoscere il nuovo nato, senza conseguenze legali e nella piena tutela della riservatezza. «Non si tratta di abbandono, ma di un affidamento a mani non note ma sicure - prosegue la presidente -. È fondamentale rassicurare queste donne, che spesso si trovano a vivere momenti di lacerante difficoltà: non c’è alcuna denuncia, non c’è colpa. È una possibilità prevista, che tutela tutti. Peraltro, in questi casi, il bino entra subito in un percorso protetto che porta rapidamente all’adozione. Si tratta, sottolineano, dei minori che trovano famiglia con maggiore velocità, grazie a un iter più snello e definito».

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«Non si tratta di abbandono, ma di un affidamento a mani non note ma sicure»

«Scelta difficile e sofferta»

Non manca però secondo il Cav la necessità di fare chiarezza anche sul piano culturale. La diffusione della notizia del ritrovamento di Pietro ha suscitato reazioni contrastanti, ma dal Centro ribadiscono che parlarne è importante: «C’è gente che sui social ha detto che non bisognava rendere pubblica la notizia - conclude la presidente del Cav -. La riservatezza riguarda la madre e il bambino, non l’esistenza di queste opportunità. Farle conoscere può evitare gesti disperati, in contesti potenzialmente pericolosi e non così sicuri. Questo non è abbandono, ma amore e cura verso una vita a cui si tiene molto. In una società che trasuda di una cultura tutt’altro che generosa la mamma di Pietro ci deve far riflettere. Il distacco da un figlio è sempre doloroso. È una scelta difficile e sofferta, dettata da un grande amore. Il rispetto nei suoi confronti è massimo, se lo desidera siamo a disposizione per aiutarla».

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