In Kenya una scuola per i bambini
«Così il futuro sarà migliore per tutti»

Per Stefania Coffetti l’avventura umanitaria iniziata dall’incontro con un fotoreporter nel 2007.

Il sogno di bambina e un sogno per i bambini. Il mal d’ Africa di Stefania Coffetti, per tutti da sempre solo Fanny, ha il colore rosso della terra arsa dal sole delle lunghe strade sterrate del Kenya, ha il profumo dell’ ibisco che gli ricorda i primi villaggi incontrati con suo figlio, in un viaggio che le ha fatto scoprire come un desiderio da realizzare potesse diventare un progetto da costruire, mattone dopo mattone, pennarello, quaderno, medicina, sacco di riso dopo sacco di riso.

«Da bambina guardavo i documentari sugli animali in Africa e mi immaginavo ranger nel bush, progettavo viaggi, esplorazioni; sognavo quegli spazi immensi - spiega la bergamasca, libera professionista nell’ ambito odontoiatrico -. Crescendo la casualità della vita mi ha portato ad appassionarmi al mondo subacqueo, più quindi in mare che in lande desertiche - sorride -. L’ Africa però è rimasta in un angolo del cuore e quel richiamo si è fatto vivo nel 2007».

In quell’ anno un amico di Fanny, il fotoreporter Lucio Elio, le racconta di un pezzo di Kenya che aveva documentato in un reportage: «Voleva raccogliere fondi per Timboni, un villaggio dove aveva incontrato una comunità di bambini orfani, accolti nelle capanne della comunità, nella totale misera: qui i piccoli erano abbandonati a loro stessi, accolti in condizioni di miseria assoluta, senza scolarizzazione, cibo. Senza nulla. Ai tempi erano ancora poche le realtà benefiche nella zona e non c’ erano progetti a sostegno dell’ infanzia».

La prima volta in Africa Lucio Elio sa che Fanny stava per partire: «Avevo organizzato il mio primo viaggio in Africa, in jeep in Tanzania, con mio figlio che ai tempi aveva 12 anni. Dopo le foto e il racconto di Lucio, ho deciso di allungare il percorso ed arrivare in Kenya». Nasce così My Name is Help, Onlus fondata appena tornati in Italia: «Con una rete locale, principalmente bergamasca, con un’ idea solidale: dare un’ opportunità al piccolo villaggio di Timboni, a Watamu, e soprattutto a quei bambini, che a centinaia vagavano per le strade del villaggio, seduti sotto i pochi alberi, in attesa del nulla» spiega Fanny: «Partire dai bambini perchè sono loro il futuro della comunità: aiutare loro significa dare un futuro a tutti». Partendo dall’ educazione: dare una scolarizzazione, significa dare loro uno spazio protetto dove studiare, imparare le regole dell’ igiene, dove alimentarsi correttamente, dove vivere spazi che rispettino la vita di un bambino, i suoi diritti al gioco e alla conoscenza».

E se i bambini sono a scuola, i genitori possono andare a lavorare: «Possono creare un progetto che permetta loro di sostenersi, soprattutto quando si tratta di donne sole, come spesso capita in queste realtà» spiega Fanny. La onlus bergamasca inizia così a tessere reti sociali sul territorio italiano, partendo da Bergamo. Fanny lo fa come meglio le riesce: con la sua verve, la forza di spirito, un dinamismo propositivo che la caratterizza da sempre: «Iniziamo così a organizzare eventi che coinvolgessero il mondo dell’ arte e del design, aggregando persone per raccogliere fondi». Ecco allora «Cento schiscette per l’ Africa» per raccogliere fondi per il cibo, «Cento Pinocchi» per iniziare a progettare la scuola. E poi: «107 Nani», ma anche addobbi di Natale, salvadanai, tolle, tele, piatti, «tutti progetti artistici dove un centinaio di artisti personalizzano un oggetto, in un’ asta benefica di raccolta fondi» che sono andati a sostener il personale in Africa che ha dato il via alla scuola: «Abbiamo trovato un terreno a Mijomboni, a circa 6 km di distanza dal villaggio di Timboni, e in mezzo al verde abbiamo costruito il Watamu Children Garden Education Center, uno spazio educativo così suddiviso: la Baby Class per bambini di 2 e 3 anni, e la Pre-primary School per bambini di 4 e 5 anni e di 5 e 6 anni - spiega Fanny -. Si tratta di un centro riconosciuto dal Governo che conta 12 dipendenti tra la direttrice, le insegnanti, la cuoca, il driver, i giardinieri e i custodi, oltre a chi si occupa della manutenzione della struttura e delle pulizie».

Il centro scolastico Costruita nel 2018, la scuola è stata inaugurata l’ anno successivo: «Un centro costruito grazie all’ ingegno e al buon cuore di un architetto torinese che è stato, con la sua compagna, le fondamenta di questo sogno. Gioachino Alvente con Stefania Campidonico, insieme a Fabio Landini, sono stati l’ anima della scuola. Questo sogno ha potuto concretizzarsi grazie allo sforzo di tutti coloro che hanno seguito e hanno voluto diventare protagonisti del progetto - continua Fanny -: My Name is Help nasce esclusivamente dalla volontà e dall’ altruismo di ogni singolo individuo. Tutto è online su mynameishelp.org e sulla nostra pagina Fb».

Con Fanny, c’ è anche il suo compagno Andrea Bortoluzzi: «Anche lui innamorato dell’ Africa, faceva parte di un’ associazione che si occupava della salvaguardia del territorio e che formava i ranger e si dedicava allo studio e protezione del mondo naturale del Paese - spiega -. Ora segue anche lui My Name is Help ed è il nostro fotografo ufficiale: fondamentale il suo aiuto e la sua rete di conoscenze locali che ci ha permesso di organizzare il lavoro per il centro scolastico. Un grazie va anche a Michela Pellicelli e Marta Fasoli: con loro è stata fondata la onlus».

Al centro c’ è ora la scuola, colorata, dagli spazi luminosi e puliti. Qui tutto si concentra sull’ educazione: «Il sogno di My Name Is Help è infatti un mondo in cui ogni bambino abbia riconosciuto il diritto di vivere un’ infanzia serena e di crescere attraverso l’ istruzione, per diventare un adulto consapevole e in grado di fare le proprie scelte» ribadisce Fanny, con la onlus che si ispira agli insegnamenti di Nelson Mandela: «L’ istruzione è l’ arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo».

Pensare al domani Ma l’ istruzione non finisce a 6 anni: «In quel periodo li possiamo nutrire, educare, curare. Sosteniamo la famiglia dei bambini e poi avviamo “Dall’ Asilo al College”, progetto di adozione a distanza con famiglie italiane che offrono un sostegno ai ragazzi fino ai 18 anni - continua Coffetti -. In questo modo abbiamo 60 bambini nel centro e una novantina adottati dalle “Help family “italiane». Perchè serve vivere il presente, ma ragionare e progettare il futuro: «Soprattutto in una cultura come quella africana: fatalista e attendista. Il domani? Un pensiero che non è contemplato nel senso di precarietà in cui queste famiglie vivono. Il nostro obiettivo è permettere a tutti un domani, vivere un futuro dignitoso con delle basi da cui partire verso l’ autonomia».

Proprio per questo motivo l’ associazione incontra le mamme, le famiglie di questi bambini: «C’ è grande onestà e rispetto. Immensa dignità. Incontriamo mamme 20enni, analfabete, che hanno solo una capanna . L’ educazione dei bambini è un’ opportunità anche per loro».

Pensiero green e sostenibile E c’ è un altro grande progetto di My Name is Help che è l’ obiettivo del 2020: «Rendere il centro autosostenibile: circondato dal verde, stiamo lavorando affinchè il terreno sia coltivato a mais e piante da frutto. La prossima raccolta fondi sarà proprio “Cento alberi per Watamu”. Già si sta iniziando con l’ orto e le prossime piante saranno banani, alberi di lime, mango e papaia - continua la bergamasca -. Questo significa lavoro per la comunità, cibo per le famiglie e un’ educazione all’ uso consapevole della propria terra, in maniera green e sostenibile».

Paura per il Covid E a chi le chiede perchè è finita in questo angolo di mondo, mentre la sua vita a Bergamo va a mille all’ ora, tra riunioni e appuntamenti, Fanny sorridere e ripete: «Con il poco che riusciamo a raccogliere stiamo realizzando grandi cose - dice -. E poi è stata una sfida nei confronti anche della vita, del mio modo di essere proprio perchè c’ è bisogno di capire i ritmi più lenti, quella mentalità che vive con poco, che si accontenta della bellezza di un tramonto, che piange la morte ma la accetta con rispetto e ama la vita, nonostante tutto. Negli occhi delle mamme, in quei sorrisi grandi dei bambini, ho trovato le origini del mio cuore».

Che soffre per quello che potrà succedere, ora con il coronavirus che ha raggiunto l’ Africa: «Qui dove già la mortalità è altissima, dove l’ anagrafe non arriva a censire i villaggi, dove le misure di protezione e igieniche sono un optional - spiega Fanny -. Sono preoccupata per quello che il virus farà in una comunità già così debole, ma penso anche alle ripercussioni sul sistema turistico del Paese: senza turisti, la gente del posto non avrà lavoro e sarà una catastrofe economica in un sistema già precario e fragilissimo». Dai driver alle cleaner nei resort, dai guardiani a chi fa manutenzione fino alle piccole realtà artigianali. «Gli adulti non avranno mezzi di sostentamento, i bambini senza scuola torneranno nelle capanne, in giro per il villaggio: il Kenya è stato uno dei primi Paesi africani a chiudere le frontiere, il Governo si è subito allertato, obbligando la popolazione in casa dalle 19 alle 5 del mattino. La scuola ha chiuso: i bambini senza scuola non mangiano, le mamme non hanno mezzi di sostentamento senza lavoro».

Per questo motivo My Name is Help ha attivato la raccolta «Emgency Food» (sulla pagina Fb tutte le info): «Ogni due settimane quattro persone dello staff consegnano cibo alle famiglie dei ragazzi: farina di mais, riso e fagioli, le verdure che coltiviamo nell’ orto». Abbiamo insegnato loro come realizzare le mascherine e dato tutte le informazioni per evitare possibili contagi, ma c’ è la consapevolezza che se la diffusione del virus crescerà in Africa, sarà una catastrofe, con un sistema sanitario debole e la povertà in cui versa il Paese».

Il pensiero per il futuro è ricorrente. «Per questo non bisogna dimenticare chi è ai margini del mondo, anche ora, anche con Bergamo che soffre e sta cercando di rialzarsi dopo settimane di dolore e disperazione». E Fanny ripete: «Contatto ogni giorno i nostri referenti locali: da loro mai una richiesta di aiuto, sempre una parola di speranza e una preghiera per l’ Italia». Nella fatalità: «E nella felicità del poco, della vita, che resta per loro sempre e comunque un dono».

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