Lavoratori dipendenti più «poveri» di 18 anni fa: hanno perso 900 euro

L’ANALISI. Guadagnano il 3,2% in meno del 2006, cala il potere d’acquisto. Crescono invece i redditi di pensionati, autonomi e piccoli imprenditori.

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Quel luogo comune, secondo cui si stava meglio quando si stava peggio, in fondo non pare così sbagliato. O almeno: vale per i lavoratori dipendenti, se si guarda al «semplice» – ma essenziale, nella quotidianità – rapporto con l’inflazione. Di fatto, a Bergamo – ma è così anche nel resto del Paese – oggi gli stipendi si traducono in un potere d’acquisto inferiore di circa il 3% rispetto a una ventina d’anni fa, mentre pensionati, autonomi e piccoli imprenditori hanno effettivamente «guadagnato». Nel mezzo, è cambiato il mondo. La crisi dei subprime partita negli Stati Uniti e arrivata anche da queste parti, la faticosissima ripresa poi stroncata dalla pandemia, il post-Covid incrinato dalla guerra in Ucraina, il presente scandito dal conflitto in Iran.

I redditi «sulla carta»

A questo risultato si arriva incrociando i dati fiscali del ministero dell’Economia e delle Finanze, disaggregati per tipologia di contribuente, e quelli dell’Istat sulle oscillazioni dei prezzi. Il punto di partenza è nell’andamento dei redditi «nominali», il valore che effettivamente si legge sui «730»: nell’anno fiscale 2006 – il primo per il quale sono disponibili dati comparabili – il reddito da lavoro dipendente dei bergamaschi si attestava in media a 20.276 euro lordi annui, quello da pensioni a 13.171 euro, i lavoratori autonomi dichiaravano 48.731 euro e i piccoli imprenditori – tecnicamente si parla del «reddito di spettanza dell’imprenditore», la parte dell’utile netto d’impresa che rimane dopo aver dedotto le quote spettanti a eventuali collaboratori familiari – viaggiavano a 38.791 euro.

Da lì, la parabola è stata differente. Liberi professionisti e titolari d’impresa hanno sofferto soprattutto la crisi globale tra 2008 e 2014, flettendo le proprie entrate anche di diverse migliaia di euro, ma nell’ultimo decennio hanno recuperato parecchio, a testimonianza di una capacità di adattamento che il lavoro dipendente, per sua natura, non può esercitare. I dipendenti hanno fronteggiato invece una crescita lenta, spesso inficiata da rinnovi contrattuali a scoppio ritardato, addirittura quasi piatta almeno sino all’immediato post-Covid, a fronte di una corsa ben più spedita da parte dei pensionati, tutelati anche da meccanismi di indicizzazione automatica – seppur non piena – all’inflazione.

Si arriva così ai tempi recentissimi. Nell’anno d’imposta 2024, rendicontato dai «730» compilati nel 2025, ecco che i salariati bergamaschi dichiaravano in media 27.019 euro (il 33,3% in più del 2006), i pensionati 22.816 euro (+73,2%), gli autonomi 80.644 euro (+65,5%), i piccoli imprenditori 65.183 euro (+68%). Quindi, all’apparenza, tutti potrebbero sorridere.

Il costo della vita

Ma a volte, più che contarli, i soldi vanno «pesati», e la tara va fatta sulla bilancia del carovita, la vera unità di misura della vita di tutti i giorni. Qui entra in gioco l’Istat, che attraverso le rilevazioni periodiche sull’inflazione ha messo a punto lo strumento della «rivaluta»: prendendo un anno di partenza e uno finale, è possibile confrontare il potere d’acquisto. Fatto 100 il costo della vita del 2006, nel 2024 il parametro è salito a 137,7: in concreto, c’è stato un 37,7% di inflazione cumulata.

Anche in questo caso, non è stato un processo uniforme. Dopo uno scossone a ridosso del patatrac mondiale innescato dal fallimento di Lehman Brothers, per la gran parte degli anni Dieci i prezzi sono poi rimasti sostanzialmente stabili, con minime fluttuazioni. La fuoriuscita dall’emergenza pandemica aveva ridato un colpo di frusta, ma la vera svolta, nota a tutti, è stata determinata dall’invasione russa in Ucraina, che insieme a un dramma umano ha portato con sé un’impennata dei costi energetici e, a cascata, di tutto il resto. L’orizzonte non sembra granché più roseo, anzi, visto quel che succede attorno a Hormuz.

I valori reali

Già dall’indice generale dell’inflazione si può cogliere la sensazione di un’economia a velocità alterne, perché la traiettoria espansiva dei redditi da lavoro dipendente risulta inferiore a quella dei prezzi, mentre pensionati, liberi professionisti e imprenditori si sono mantenuti al di sopra.

Dunque, i redditi del 2024 valgono di più o di meno rispetto a quelli del 2006? Per rispondere, si possono moltiplicare i valori di partenza secondo il coefficiente di rivalutazione monetaria di questi quasi due decenni. In soldoni: quantomeno per mantenere la stessa capacità di spesa del 2006 anche nel 2024, i lavoratori dipendenti avrebbero dovuto incamerare 27.920 euro, invece si sono fermati a circa 900 euro in meno; dunque, è come se i loro stipendi avessero perso il 3,2%.

Utilizzando lo stesso metodo, i pensionati guadagnano in proporzione – cioè non in assoluto, ma in relazione al potere d’acquisto che detenevano nel 2006 – 4.680 euro in più di allora (il 25,8% in termini reali), gli autonomi hanno un «surplus» di 13.542 euro (+20,2%), i piccoli imprenditori hanno incrementato le entrate dell’equivalente di 11.767 euro (+22%). Nota a margine, i lavoratori dipendenti sono la spina dorsale dell’economia bergamasca: nel 2024 il 61,3% dei contribuenti rientrava in questa categoria e hanno prodotto il 63% dell’ammontare complessivo dei redditi. E sono proprio loro i più penalizzati.

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