«Lui mi ha colpito, io ho agito per difesa». La madre di Claris: senza di lui c’è il vuoto
IL PROCESSO. L’imputato Jacopo De Simone al processo per omicidio: io sopraffatto dalla paura, chiedo scusa. La sorella della vittima in lacrime: «Uno di loro mi ha scritto: il nostro amico è in galera, che giustizia volete ancora?».
Lettura 4 min.Una madre prova a descrivere il silenzio che abita in casa sua dopo la morte del figlio. Una sorella piange e racconta della paura di vivere. Un giovane imputato chiede scusa, dicendosi incapace di spiegare persino a se stesso perché quella sera prese un coltello e uccise. Nemmeno l’austera aula di un tribunale e le procedure spesso algide di un processo sono riuscite a disinnescare le emozioni che a poco più di un anno di distanza si porta ancora con sé la morte di Riccardo Claris, il 26enne accoltellato il 4 maggio 2025 in via dei Ghirardelli dopo una lite per questioni di tifo iniziata al Reef Cafè di Borgo Santa Caterina.
L’udienza di martedì 16 giugno del dibattimento a carico di Jacopo De Simone, il 19enne detenuto a Cremona, ha raggiunto vette di intensità emotiva che i processi per omicidio, ormai ridotti per lo più a sorta di riti abbreviati dall’acquisizione degli atti, solitamente non riescono a restituire. De Simone, assistito da Luca Bosisio, nei suoi 10 minuti di dichiarazioni spontanee rese con voce flebile e tono contrito, ha fornito una versione che va a ricalcare quella già consegnata ai carabinieri che l’avevano arrestato e al pm Maria Esposito.
Le dichiarazioni di De Simone
Il coro interista che aveva intonato, «quasi canticchiando» all’interno del Reef Cafè, noto ritrovo di tifosi atalantini. E poi Claris, habitué della Curva Nord ma mai segnalato per intemperanze da stadio, che «mi ha messo la mano in faccia, mi ha insultato e minacciato pesantemente». A quel punto «mi sono scusato, con un amico sono uscito dal bar e ho visto che la situazione era degenerata: un gruppo numeroso ci guardava con ostilità, chiamavano altre persone dai bar vicini». La compagnia di De Simone decide si andarsene. «Hanno cominciato a seguirci. Mi ricordo benissimo il rumore metallico di catene contro i pali della luce lungo la strada, le urla e gli insulti. A quel punto la paura era tanta, io e gli altri amici abbiamo iniziato a correre verso casa mia». Il fratello gemello di Jacopo rimane indietro con la fidanzata perché lei porta i tacchi. «Sono entrato in casa e la paura ha sovrastato me stesso – è la versione dell’imputato –, non riuscivo a pensare che mio fratello non fosse riuscito a tornare a casa. Ho spiegato velocemente a mia madre quello che stava accadendo e a quel punto non ho più ragionato, non ho più valutato alternative, come chiamare le forze dell’ordine». Prende il coltello e scende in strada. «Ma non volevo fare del male a nessuno, volevo solo che mio fratello tornasse». De Simone ha spiegato di essere stato nuovamente inseguito. «Sono scappato, Claris ha iniziato a colpirmi con una catena. Io ho agito per difesa personale, mi sono girato e ho colpito con il coltello, che si è spezzato ed è caduto a terra».
«So che le mie parole possono non avere valore, ma voglio lo stesso chiedere scusa alla famiglia e a tutti quelli che soffrono per colpa mia – ha concluso –. Vivo ogni giorno con la consapevolezza di aver tolto la vita a un ragazzo giovane».
Prima che prendesse la parola, Alessandra Feroldi, la madre di Claris, la sorella Barbara, una zia e la fidanzata Nicole, sono uscite dall’aula. È rimasta invece, tempra d’acciaio, la nonna materna Barbara Agazzi (parte civile con Federico Merelli).
«In casa il silenzio»
Alessandra Feroldi, dirigente scolastica (parte civile con Fabrizio Losito), ha tratteggiato a figura di un figlio premuroso, laureatosi in Finanza in Lussemburgo, pur lavorando per contribuire alle spese dopo che il padre (separato da lei) era scomparso in circostanze tragiche nel 2023. «Dopo la morte del mio ex mio marito, Riccardo prendeva l’aereo e tornava ogni weekend, anche per sole 12 ore. Era tornato a vivere in Borgo Santa Caterina con me e sua sorella Francesca, affetta da disabilità, dopo aver trovato lavoro in una società di Milano. Il 20 aprile aveva ottenuto il contratto a tempo determinato, il 4 maggio l’hanno ucciso. Lavorava per lo più in smart working ed è sempre stato principalmente lui a occuparsi di Francesca. Lei, dopo che il mio ex marito è morto, aveva smesso di parlare. E, da quando non c’è più Riccardo, in casa mia è sceso il silenzio. Il mese scorso Francesca, pur non parlando, mi ha chiesto dove è suo fratello. Le ho risposto che è in cielo con papà e ho specificato che non può più tornare, perché non viva questo distacco come un abbandono».
La signora Alessandra, dopo la tragedia, era crollata dal punto di vista psicofisico. «In casa vedevo fumo nero, per me era la violenza che buttava giù la porta per strapparmi un pezzo della mia famiglia». L’abitazione l’ha cambiata, così come ha fatto nonna Barbara. «Vivevamo tutte e due vicine ad amici dell’imputato – ha spiegato – ed era difficile vederli tutti i giorni tranquilli, come se nulla fosse accaduto, che facevano la loro vita, mentre io non avevo più mio figlio. Ragazzi che hanno offeso Riccardo anche da morto». La donna ha ricordato gli adesivi «Giustizia per Claris» tagliuzzati per le vie della città o le feroci aggiunte a pennarello («sottoterra») a quelli con la scritta «Claris per sempre». E poi i vandalismi al negozio di tatuaggi della figlia Barbara, il ragazzo che sotto casa la guarda con fare di sfida e poi le tira addosso la carta di un pacchetto di sigarette. E l’amarezza nel vedere come parti offese nell’inchiesta per minacce a carico dei compagni del figlio «l’assassino e due suoi amici». «Lutto ambientale», ha definito tutto questo.
«Ho avuto paura a vivere»
La sorella Barbara (parte civile con Michele Facchinetti) ha ricordato di quel giorno al cospetto della torta per il compleanno del figlioletto: «Era settembre e mi sono accorta che da marzo non toccavo un coltello; la pizza, ad esempio, la tagliavo con le forbici». È stata lei ad aprire su Instagram una pagina per Riccardo. «Uno degli amici dell’omicida mi ha scritto: “Che tipo di giustizia cercate? Jacopo è in galera, cosa volete ancora?”». «Ho avuto paura a vivere, a uscire di casa, a fare visita a mia madre», ha confidato. E, di fronte al presidente della Corte d’assise Donatella Nava impegnata a spiegarle – con molto tatto – che non era quella la sede per evidenziare episodi non riguardanti l’imputato, la sorella della vittima ha singhiozzato: «Sì, ma capisce che forse c’è stato qualcosa che non ha funzionato».
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